La critica costruttiva

Questo weekend ho ricevuto una email di critiche costruttive.

Questo il testo

Ciao Cle,
sto visitando il tuo blog [n.d.C.: Ma che Bontà] con piacere ed interesse. Purtroppo è sceso verticalmente quando mi sono imbattuta in queste preliminari tue considerazioni e divagazioni  alla ricetta della crostata alla composta di pere qui http://crocedelizia.wordpress.com/2011/09/12/crostata-con-composta-di-pere-alla-vaniglia/
Io sono credente  non sono bigotta e non sono una suora.
Solo una giovane donna appassionata di dolci che rispetta le opinioni di tutti e ciascuno, credente o no che sia. In quest’ottica mi permetto di scriverti e volutamente  in privato. Vorrei chiederti perché citi ripetutamente nel post di questa buona torta, termini e concetti legati alla fede religiosa in cui non credi, perché associ Luca Montersino a Dio, quello vero che per te non esiste. Per similitudine parli di chiesa e di pasticceria  passando per  la citazione delle famose orme sulla spiaggia del  Dio che accompagna i credenti. Ciò in cui non si crede non dovrebbe per coerenza esistere nella nostra vita e neppure nei nostri pensieri, tanto meno nel nostro blog e tanto più se il nostro blog tratta argomenti di tutt’altra natura.
Perciò: perché non tralasci questi argomenti che possono deludere chi ha un pensiero più serio a riguardo? Te lo chiedo perché dispiace. Perchè la passione per la cucina non dovrebbe essere inquinata da concetti ed espressioni esistenziali così profondi e poco pertinenti al tipo di blog.Ognuno ha la libertà di esprimersi, certo: è anche per questo che ti ho scritto.Grazie per aver letto questa mia opinione che vuole essere solo costruttiva.
A.

La risposta che vorrei dare alla lettrice è talmente articolata e complessa che merita un post dedicato.

Innanzi tutto le frasi ritenute offensive per il comune senso religioso, sono le seguenti.

Da: Crostata con composta di pere: un’esperienza quasi mistica.

[...] A dire il vero durante l’esecuzione stavo pensando di aver fatto “flop!”, O meglio che Montersino avesse tutta l’intenzione di riprendere a deludermi. Invece… Avete presente quando si dice a qualcuno in difficoltà: “Abbi fede, vedrai che andrà tutto per il meglio! Fidati di Lui che tutto sa e tutto conosce!”. Beh di solito è una frase che non proferisco né mi viene detta, non essendo credente, ma l’esperienza di domenica è stata molto vicina al ritrovare la fede “nel maestro”, quasi come il capire che il paio di orme sulla spiaggia apparteneva a chi mi portava in braccio. Ho scoperto che in Chiesa come in pasticceria una fede che non dubita, che non è mai messa alla prova, non può dirsi forte! Ed io nel maestro Montersino, dopo un iniziale scetticismo che conoscete bene, ci credo ancora fermamente! [...]

Ora, analizziamo il testo proprio a partire dal titolo e dall’uso ripetuto di termini e perifrasi quali quasi mistica”, “esperienza molto vicina a ritrovare la fede”, “quasi come capire…” Direi che sono stata anzi molto attenta a non dire “è stato PROPRIO COME…”, “è UGUALE a…”.

Io sono una giurista, per me le parole sono pietre, ritengo che tutto il mio rispetto e l’essere attenta a non mischiare in maniera irrispettosa il concetto di fede con quello di fede/fiducia si possa, secondo me, percepire a chiare lettere. Ma forse non sono così brava a scrivere ed a scegliere le parole come penso.

Poi mi chiedo: se non avessi specificato (per onestà intellettuale verso me stessa e chi segue tutti i miei blog) che non sono credente, sarei stata titolata ad utilizzare quell’esempio per far capire come mi sono sentita provando quella ricetta?
La lettrice che mi ha scritto, e che comunque ringrazio per aver voluto spendere del tempo per innalzare la qualità della mia scrittura, probabilmente non sa che Cle nasce come blogger prima che foodblogger, che Cle scrive di tutto e molto anche di religione sul suo blog non di cucina. Non sa che la mia personalità è molto più poliedrica che lo spadellare sui fornelli. Non sa tra i miei espedienti retorici preferiti vi sono l’iperbole e la metafora.

La lettrice mi riterrebbe forse “titolata” se sapesse che il mio è stato un “percorso di ateismo”, che essere atei non significa esser blasfemi, che ho ed ho sempre manifestato pieno rispetto verso tutte le manifestazioni religiose (tutte, perché tutte a proprio dire sono depositarie della vera verità), che ho letto non solo la Bibbia (antico e nuovo testamento), ma anche il Corano, che sono informata sulle religioni animiste come su quelle norrene, sulla sovrapposizione dei miti e sulla genealogia greca, che per me la materia religiosa è stato argomento di serio e accorto approfondimento? Che fintanto che sono stata alla ricerca della fede (che ad oggi non ho) ho fatto parte del coro parrocchiale, dell’ACR e fatto anche la catechista (poi rifuggita da quest’ultima carica causa ipocrisia che mi circondava). Che sono stata tormentata da notti da incubo fino a che non ho trovato pace nella consapevolezza del mio ateismo. Credo esistano pochi atei tormentati dalla consapevolezza di non avere fede, quanto lo sono stata io.

La inviterei a leggere il mio blog personale (questo) ma ho la strana sensazione che lo riterrà nella sua interezza un’offesa. O forse è più consono parlarne in un blog “personale” e non in un pusillanime blog di cucina?

Non vado in giro a dire alla gente che crede che è stupida a farlo. Anzi, spesso mi sono ritrovata ad invidiare i credenti. Qualche volta mi sono soffermata sulle ambiguità di certe prediche, ma attualmente sono la fan n. 1 di Papa Francesco (sempre che i credenti mi consentano di nominarlo). Ma non capisco perché dire che si è atei o esprimere il proprio ateo punto di vista sia sempre e comunque visto come un’offesa da parte di molti credenti. Come se si desse per scontato che un ateo non può maneggiare con altrettanta cura il discorso. Ok partiamo da premesse diverse, ma perché dare per scontato che non ci sia rispetto.

In tutta onestà mi sono sentita (senza quasi) come un’omosessuale di fronte a chi dice “Non ho nulla contro gli omosessuali, basta che non si bacino in pubblico“.

Pertanto la critica costruttiva questa volta faccio davvero fatica a comprenderla ed accettarla, ma l’accetto comunque, metterò una postilla o un alert per sconsigliare la lettura alla gente ipersensibile.

Ma sottolineerò fino alla fine dei miei giorni che la chiave di lettura giusta ed opportuna per il mio post citato in alto era proprio nell’uso di “quasi”. A tal fine, potrebbe esser utile sapere che c’è gente che è stata scagionata in Cassazione dal reato di ingiuria per aver usato una frase del tipo “non sei nemmeno una mer*a“, che ha lo stesso significato di “sei quasi una mer*a“… Lo sei quasi, ergo non lo sei, ergo i due piani, la pasticceria e la fede sono rimasti dal primo giorno separati come la lettrice scrupolosa si aspettava fossero. Nulla quaestio.

Le parole sono pietre.

La misura della Felicità

Zevin_La_misura_della_felicit_Finito di leggere stamane in treno. Ve ne avrei consigliato la lettura già dal giorno in cui aveva catturato la mia attenzione in libreria per poi venir via con me, ma volevo attendere di sapere come andasse a finire la storia, prima di scrivervene.

Un libro che parla dell’amore per i libri, per la vita, delle difficoltà e delle gioie che la vita (e la lettura) ci riserva ma senza facili sentimentalismi né trita retorica. La storia scorre molto velocemente, non tutti gli eventi vengono approfonditi e, forse per questo, non arrivano mai ad essere commoventi. Viene raccontato l’essenziale in maniera diretta e senza fronzoli, una specie di riassunto di un’esistenza, con i suoi alti e bassi. Onestamente non lo vedo un difetto, è evidente che lo scopo non è strappare dei lacrimoni ma raccontare dei cambiamenti che l’amore innesca nelle vite di ognuno ogni giorno.

Se fosse un film sarebbe uno da domenica pomeriggio con una buona tisana fumante e la copertina leggera.

Forse gli avrei dato un altro titolo, ma non so bene quale, so solo che il titolo era un po’ troppo melenso per i miei gusti e, secondo me non dava la giusta idea del contenuto (e soprattutto del tipo di lettrice che io sono!). Ciò che mi ha portata all’acquisto, infatti, è stato il sottotitolo e la descrizione in quarta di copertina, oltre che, naturalmente, lo stile piacevolissimo della narrazione ed i costanti riferimenti ad altre opere letterarie, classiche e moderne, presenti dalle primissime pagine da cui traspare un sincero e genuino amore per i libri. Le svolte nella narrazione (anche se a volte prevedibili) arrivano sempre al punto giusto, per cui la storia non diventa mai noiosa. Forse il finale è stato un po’ repentino.

Forse una lettura più adatta al pubblico femminile, ma non definibile come “romanzo rosa”. Non sarà il libro della vostra vita, ma non per questo non potrà donarvi dei momenti piacevoli. Sicuramente lo consiglierei al lettore occasionale o comunque a chi non si sente portato per i romanzi lunghi o le saghe, ma i riferimenti a libri di ogni genere e periodo lo renderanno gradito anche agli amanti della lettura e letteratura in generale. Nel mio caso un ottimo intervallo tra un capitolo e l’altro della saga del Mondo Disco  (ho deciso di non leggerlo tutto d’un fiato, altrimenti per un’altra recensione voi quanto avreste dovuto aspettare?!).

Se vi capita tra le mani, sfogliatelo. Se lo avete letto sono curiosa di sapere cosa ne pensate!

Baci e buone letture.

Ultime da Libri in Metro

Gli smartphone ci hanno tolto il gusto di parecchie cose: dall’usare il telefono per telefonare al leggere su un mezzo pubblico! Da quando sono nel team di Libri in Metro mi tocca fare dei veri e propri numeri per scoprire cosa leggono quegli ormai rari passeggeri che coltivano l’hobby della lettura. Prima o poi, lo so già, qualcuno mi regalerà un occhio nero ma nel frattempo io continuerò nella mia missione! In basso trovate i libri ed i lettori avvistati nelle ultime settimane (non senza fatica) ma affianco a loro già spuntano le signore (e signorine) che, in questo periodo che possiamo tranquillamente definire pre-natalizio, creano pupazzetti all’uncinetto per il loro presepe.

Questo l’ultimo libro avvistato, per i prossimi ci si vede ogni giovedì su Libri in Metro! Baci!

esclusaErano giorni che non avvistavo un lettore. Ieri sera mi dirigevo mesta verso l’uscita quando all’improvviso scorgo la testa ricciolina bruna di una lettrice già nota. Sta in piedi, spiaccicata contro la porta opposta a quella aperta. I gomiti uniti e le mani giunte quasi in preghiera sono il suo leggio. Ho pochissimi secondi per capire cosa abbia deciso di leggere dopo il Maestro e Margherita. Non ho altra scelta se non abbassarmi in maniera innaturale sulle ginocchia come se vi fosse un terzo immaginario gradino alla fine del corridoio. Leggo a chiare lettere… (continua a leggere)

Casi Umani: Richard Gere dei poveri

Anzi, delle poverette.

Se avete superato i trent’anni probabilmente conoscete, vostro malgrado, anche voi un caso umano come quello che vorrei definire “Il Richard Gere dei poveri” (in breve RGDP. che può manifestarsi anche in diverse declinazioni, a seconda delle peculiarità: Jonny Depp dei poveri -JDDP, Steve Jobs dei poveri – SJDP, e così via).

Il Richard Gere dei poveri è un uomo che ha superato la quarantina, non brutto, single, che ha deciso di convincere il mondo che lui è ancora appetibile ed ambito dalla popolazione femminile. Si alimenta delle lusinghe che riceve a cui però si impone di non dar credito e vende al mondo una immagine di sé talmente photoshoppata dall’essere tragicamente distante dal reale.

Molto spesso tradito dalla sue ex (chissaperqualediavolodimotivo) si sente chiamato a svolgere nel mondo la sua missione di cieca ed insulsa vendetta: creare nuovi cornuti.

Nel mondo dove il RGDP vive, gli altri uomini diventano cornuti nel momento stesso in cui le loro mogli si accorgono della sua esistenza. I modi attraverso cui il RGDP ingenera nella popolazione femminile questa consapevolezza (e tradimento) sono molteplici, come ad es. l’uso criminale del profumo (ne avverti la presenza a due isolati di distanza, mentre lui si trova al 15° piano di un condominio) ed il fissare indistintamente tutte le portatrici di vagina accidentalmente presenti nel raggio di 6mq. Lo scambio di due parole, poi, tra lui e una donna (che comprende anche frasi del tipo: “buongiorno!” o “mi scusi, c’ero prima io in fila”)  decreta l’esistenza di vere e proprie tresche tra i due, che obbligano il povero ignaro marito della donna che ha rivolto la parola al RGDP ad abbassarsi ogni qual volta deve varcare la soglia di una porta. Perché nel mondo in cui il RGDP vive tutte le donne vorrebbero esser sue. Tutte le donne la sera sognano di darsi a lui e fanno all’amore con i proprio partners costringendosi a non pronunciare il suo nome.

Si, come no!

Per far colpo (che solo del “far colpo” lui si nutre e sazia) si mostra serio, distinto, socialmente impegnato ed a capo della struttura in cui lavora. Con il passare del tempo, dopo averci parlato un paio di volte magari ad una cena da amici, ti rendi invece conto che è solo arrogante, mediocre, bigotto e lavora da casa da solo.

Ma il peggio del peggio, il RGDP lo dà su Facebook (e dove se no?). Selfie su selfie: Lui (solo) al caffè… Lui (solo) al lavoro… Lui (solo) al ristorante…, e qualche altra foto scattata con l’evidente aiuto di un passante casuale che lo ritrae rigorosamente in costume, al mare. Ogni foto è contornata di frasi malinconiche, riferibili a qualsiasi utente privo di cromosoma Y, rubacchiate qua e là da scrittori che solo lui conosce, rimescolate e spacciate come proprie.

E qui entrano in gioco le Poverette. Like su like, commenti di apprezzamento, cuori, stelle, sospiri, tentativi di scrivere qualcosa di altrettanto malinconico e profondo che si infrangono, invece, sugli scogli della pateticità. Parte la scalata al commento più d’effetto, più strappamutande, quello che farà finalmente capire al RGDP che la donna giusta, quella di cui scrive, quella che non si accorge di avere già nella lista di amici di Facebook, è lei, santiddio! lei! Se potesse strapperebbe via i capelli dalle foto del profilo delle altre contendenti, per dimostrarglielo.

Ed il RGDP si bea, gongola e non risponde né ringrazia. Posta solo un’altra selfie ed un’altra frase criptica (molte delle poverette la considereranno in risposta al proprio commento sulla foto precedente). Poi va sul profilo di chi invece non lo caga nemmeno a spruzzo e commenta qui e là nel disperato tentativo di sembrare arguto e di dare vita ad un nuovo cornuto.

Che vita vuota. Che vuota vita.

Venerdì 12

Vignetta da Venerdì 12 di Leo Ortolani

mondodisco

Invito nel Mondo Disco

L’anello di congiunzione è stato “Buona Apocalisse a Tutti“.

Ma come tra cosa? Tra Neil Gaiman e Terry Pratchett. Lo hanno scritto a quattro mani facendo si che dopo averlo letto il mio passaggio dalla biografia dell’uno a quella dell’altro fosse fluido e naturale. E’ stato un attimo e tra le librerie mia e di mio marito (separate dai pollici del televisore) è avvenuto uno strano fenomeno di trasmigrazione: complici le ferie e l’assenza del marito, Cle si è messa ad ordinare le librerie (ogni tanto vario i criteri di allocazione: per colore, per ordine alfabetico, per autore, per titolo, per altezza, per argomento, per data d’acquisto, … … …) e magicamente tutto quanto recasse sulla copertina i cognomi Gaiman, Pratchett o Martin si è smaterializzato e ricomposto in bell’ordine sulla mia libreria, infondendole un piacevolissimo accento british (si lo so, Martin è americano, ma discende dall’Inghilterra!).

Il mio amore ormai indiscusso per Pratchett e Gaiman si può raffigurare come il momento dell’offertorio durante una messa.
Percorrono la navata me e me stessa, una reca in mano il proprio cuore, l’altra il cervello. Avanzano verso l’altare in composta adorazione mentre ai lati sono seduti, e le salutano con un cenno benevolo, i personaggi venuti fuori dalle menti dei sacerdoti in attesa sui gradini.

E dire che non ero una gran fan dei romanzi in generale, prediligevo la saggistica, la ritenevo più appagante, più ricca di chiavi attraverso cui leggere e comprendere meglio il mondo. I romanzi mi lasciavano spesso con addosso la sensazione di aver solo ascoltato un lungo pettegolezzo. Da vera e propria ignorante della materia*, poi, ritenevo che il Fantasy avesse ancora meno da dirmi rispetto ad un romanzo “verosimile”.

Che sciocca! Eppure avrei dovuto immaginarlo! Voglio dire. Io sono la donna delle metafore, lo sono sempre stata. La metafora è da sempre la mia figura retorica preferita così come le allegorie nel mondo dell’arte mi hanno sempre incuriosito e stimolato. La sovrapposizione di immagini, di idee e concetti tra loro apparentemente distanti sono per me il modo più immediato di comprendere e trasmettere i pensieri. E molte storie Fantasy altro non sono che questo: una lente attraverso cui vedere e percepire in maniera ancora più chiara e cristallina la realtà.

Questo si sta rivelando essere per me la Saga del Mondo Disco di Pratchett: i libri letti sinora sono tra le letture più argute ed intelligenti che abbia mai fatto. Leggere Pratchett è come farsi l’agopuntura al cervello, ad ogni punzecchiatura corrisponde una nuova consapevolezza contornata da una buona e sana risata, che non guasta. Un unguento balsamico che libera le narici per far cogliere ogni minima sfaccettatura degli odori che compongono il mondo in cui viviamo.

Venderei l’anima al diavolo per scrivere come questi due. In attesa che mi venga sottoposto un buon contratto da Lucifero, vi invito a leggere il romanzo che ho appena terminato: Uomini d’arme, di Terry Pratchett, ovviamente!

Buone letture. 


*Per mia fortuna ho incontrato mio marito, che dall’alto della sua conoscenza del mio cervello, dei miei gusti e del Fantasy ha saputo consigliarmi in maniera azzeccata (ci ha rimesso parte della sua libreria… ma sono ordinari inconvenienti del matrimonio e della convivenza!). Continua a leggere

Da Libri in Metro: Filosofia per la vita

Cle:

Quando si dice “divorare un libro”.

Originally posted on LM:

filovitaLa gente gli dà le spalle e sogghigna nel vederlo leggere come un bambino delle elementari, lasciandosi guidare dall’indice ed aiutandosi con il movimento delle labbra (e talvolta con l’aiuto sonoro). Io ne sono rapita, invece. Si tratta di un uomo sulla trentina, camicia a quadri e pantaloni corti. Legge con la stessa avidità con cui l’italiano medio si avventerebbe sulla parmigiana di melanzane tiepida della nonna, gli occhi in fuori come a voler captare il maggior numero di frasi e verità possibili e l’espressione appagata ed affamata allo stesso tempo. Di tanto in tanto solleva la testa, guarda fuori dal finestrino ed annuisce, ma subito riprende a fare la scarpetta sul suo libro tenuto poggiato sul tavolinetto. Il treno entra in stazione. Mi alzo, lo fisso, fisso la porta, la gente mi spinge. Non posso andarmene senza sapere cosa stia leggendo, mi faccio da parte, mi giro di nuovo verso di lui…

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Cartoline da Londra

Esattamente un mese fa mi rientravo in Italia dopo 10 giorni trascorsi nella City con in testa la convinzione (per fortuna esagerata e sbagliata) che null’altro mi sarebbe sembrato bello di nuovo.

Ho passato l’ultimo mese ad elaborare mentalmente questo post, a riorganizzare i pensieri e le emozioni provate, a darvi un nome, a pensare e ripensare a perché Londra sia salita in maniera indiscussa sul podio delle Città da me preferite in cui trasferirmi all’istante per la vita.

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La sensazione che mi aleggiava nella testa ma di cui non riuscivo a definire i contorni era che si, Roma, Parigi e le altre capitali europee sono belle, sono pregne di storia, di monumenti, come anche Londra… ma Londra ha un quid pluris. E non è semplicemente il fatto che vi sia (ancora) la Regina, per cui tutto sembra sempre tirato a lucido, pronto per una sua visita a sorpresa (anche in Spagna c’è la Monarchia ma non ho avuto questa sensazione), non è semplicemente il fatto che sia tutto bello, pulito, funzionante, da vedere, da visitare, mozzafiato… anche Parigi lo è stata ed anche i musei da me preferiti non si trovano a Londra… Certo, Londra ha in più dei parchi dalle viste incredibili, ma… non era quello ad alimentare la mia sensazione. C’è qualcosa di più, qualcosa di invisibile agli occhi.

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Londra vive il presente. Non vive della storia, vive anche di quella ma è una città che è, non semplicemente “è stata”.

Questa era la frase con cui la descrivevo sinteticamente ai miei amici al ritorno del viaggio ma onestamente solo ieri sera, in un’epifania Joiciana mentre ascoltavo un programma sui poeti maledetti, sono riuscita a definire meglio i contorni e le ragioni di questa sensazione e capito che non si trattava di una semplice “impressione” ma un vero e proprio dato di fatto.

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Roma ha influenzato il mondo in un tempo ormai lontano, l’Italia è stata il centro del mondo nel Rinascimento e ancora raccoglie la rendita di un tempo che fu, splendido si ma che fu.

Parigi… Parigi e la Francia hanno contribuito per larga parte a dare i natali all’era moderna. Decadentismo ed impressionismo sono i movimenti artistici che si sono avvinti come l’edera al mio cuore. Ma l’800 è passato da un pezzo.

A Londra invece il tempo non si è fermato.

Londra non vive del suo passato, o quantomeno, non solo di quello. Londra vive del presente e le menti che nascono a Londra plasmano ed influenzano il mondo oggi o per lo meno, quella parte del mondo a cui io guardo.

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Al momento da Londra (e dal Regno Unito) provengono la quasi totalità degli autori, scrittori, cantanti, registi, interpreti, attori contemporanei che mi appassionano, che amo. Londra è una fucina di opere in tutti i campi artistici (esclusa la cucina, ovviamente) è il centro del mondo creativo che tiene in mano il mio cuore e lo fa battere. Depeche Mode, Stereophonics, Neil Gaiman, Terry Pratchett, Tom Hiddleston, Cumberbatch, Martin Freeman, Muse, … autori ed artisti che ho quotidianamente, costantemente, negli occhi e nelle orecchie. Son nati lì, alcuni ci vivono ancora, altri si sono spostati solo per amore del sole e del clima della California. Ma sono Inglesi. Sono attuali, non sono storia benché per certi versi siano già leggenda.

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Londra è il centro del mio mondo contemporaneo ed è incredibile che ci abbia messo piede solo ora! Qualcuno obietterà che l’Italia e la Francia sono ancora il centro del mondo per la moda, la cucina, l’enogastronomia, e tante altre belle cose… Si vero… ma è sempre roba che ci portiamo dietro “per tradizione” e comunque una intera bottiglia del migliore champagne non potrà mai commuovermi, elevare il mio spirito o farmi sognare quanto una storia di Sandman.

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A proposito di moda, anzi, di modo di vestire. Anche questo aspetto, secondo me, dà il polso di cosa significhi essere Londinese e di cosa sia in realtà Londra. Ogni indumento e accessorio del/della londinese dice qualcosa del suo modo di essere, del suo carattere, della sua individualità. Molti si vestono male, non c’è che dire, ma si vestono secondo la loro personalità. Non scimmiottano qualcuno visto in una rivista. Si esprimono attraverso il guardaroba.

Il meglio vestito (o la meglio vestita) di una delle grandi città italiane, trasposto a Londra, con molta probabilità apparirà comunque uno venuto venuto dalla campagna che emula quelli della città (anzi, della City). Non so spiegarlo ma riconoscevo a naso le italiane trasferitesi a Londra dal loro seguire il trend del momento (e magari sentirsi anche superiori a chi è rimasto “indietro”), diversamente dalle ragazze londinesi che, senza magari nemmeno curarsene o pensarci, un trend lo stavano creando con un accostamento “insolito” o “diverso” che riassumeva in quel giorno la loro ispirazione, il loro umore. Dei veri e propri quadri postmoderni ambulanti con una naturalezza che solo una personalità e non un trend può donare.

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Per qualche strana ragione, l’aria che si respira a Londra, dona la capacità a chi la viva di esprimersi con maggiore efficacia rispetto al resto del mondo, che non può far altro che assorbire e nutrirsi della linfa che dal primo meridiano si propaga verso tutti gli altri.

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A presto, mia cara.

Per sempre tua,

Cle

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