Niente di che

Con la pioggia o con il vento…

Sono cresciuta a Pane e fumetti Disney. Molte vignette e battute mi si sono impresse nella memoria. Come quella di una storia di Ezechiele Lupo (ogni tanto compariva in mezzo alle storie in quel di Paperopoli o Topolonia), in cui lui canticchia:

Ezechiele Lupo

Con la pioggia o con il vento, poco male io son contentoooo!

Non ricordo nient’altro di quella storia, solo lui che cammina contento per aver trovato la maniera di far girare a favore del suo piano contro i tre porcellini il maltempo.

Stamattina mi è tornata di nuovo in mente e, come sempre, me la sono canticchiata così come me l’ero immginata Ezechiele la cantasse la prima volta che l’ho letta. E mi ha messo di buonumore. Come sempre.

Pioveva (grandinava, anzi, e di brutto), si sentiva il vento sferzare fuori sugli alberi e contro le finestre, io mi canticchiavo in testa “con la pioggia o con il vento, poco male io son contentooooo”…

La pioggià non mi ha mai infastidito… certo… a volte reso la mia vita di pendolare senza macchina più disagevole, ma mai infastidito più di tanto. Anzi, da brava contadina mi piace, mi piace la pioggia, mi piace il post pioggia. Mi fa stare bene.

Il vento mi diverte (tranne quando ho il lucidalabbra e mi fa appiccicare i capelli al viso, ma rimedio togliendo il lucialabbra).

Oggi, alla luce di tutto quanto ho appreso sulla forza che hanno nel nostro cervello e nel nostro affrontare la vita le affermazioni non posso non chiedermi se quella canzoncina apparentemente insignificante non abbia in realtà giocato un ruolo (positivo) nel mio non essere influenzata nell’umore dal maltempo.

Attenzione: sono una meteopatica anche io, il cielo nuvoloso mi appesantisce e troppe giornate senza il sole mi ingrigiscono. Ma la pioggia e il vento proprio mai, piuttosto mi stampano un sorriso in faccia (a meno che non sia presa da altri pensieri).

Chi lo sa. Forse la pioggia mi sarebbe piaciuta lo stesso.

Quello che so per certo è che se, in caso di maltempo, mi ripetessi nella testa “Con la pioggia o con il vento io sto male per tutto il tempo”, invece del “poco male io son contento”, il mio approccio sarebbe di sicuro molto diverso, sarebbe negativo, la mia reazione sarebbe di fastidio automatico, uno sbuffare annoiato e non un sorriso benevolo.

Certo… c’è un altro detto legato a pioggia e vento che mi fa ulterioremnte sorridere e non mi preoccupa in quanto donna… che forse aumenta il mio stato di ilarità durante le giornate come questa:

Detto popolare:

Quannu chioi e tira jentu, alli palli ha da sta attientu!
*quando piove e tira vento, ai testicoli devi stare attento!

Che pensate? Son tutta matta? Il maltempo vi mette di cattivo umore o non vi influenza affatto? Riuscite a capirne il perché (il vero perché)? Scrivetelo nei commenti! 🙂

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Caro Diario

Van Gogh… che esperienza!

L’arte e la storia dell’arte mi hanno da sempre appassionato.
Devo confessare però che Van Gogh non era tra i miei artisti preferiti.
Non so perché, non aveva mai fatto particolare breccia in me tanto che non solo non condividevo ma non capivo l’entusiasmo che altri manifestavano nei suoi confronti. Forse è stato un artista che il mio prof. di storia dell’arte all’epoca liquidò con poche battute, alla fine dell’anno, magari dando per scontato che lo conoscessimo tutti, non so… Avevo di lui una idea evidentemente sbagliata, lo immaginavo cupo e tormentato. Tormentato lo era, come ogni artista, ma ho scoperto durante la mostra che il suo messaggio non era solo cupo, ma anche di speranza e di luce.

Già prima di entrare nello spazio dedicato alla mostra interattiva ho avuto una fortissima reazione trovandomi di fronte al dipinto della sua stanza realizzata in 3D. Ho sentito le lacrime salirmi agli occhi. Le ho trattenute.

Dinnanzi ai pannelli, invece, è stato un un pianto a dirotto. Un vero e proprio principio di sindrome di Stendhal! Un qualcosa che non avevo provato a Parigi al Musee D’Orsay davanti alle sue opere “reali” (si, invece, dinnanzi a quelle dei suoi compari impressionisti).

Non ho potuto non chiedermi, allora, cosa avesse fatto la differenza? Che cosa ha reso questi quadri più belli e piè espressivi su un pannello luminoso piuttosto che dal vivo?

Beh… esserne avvolti e quasi completamente immersi è sicuramente un primo punto a favore. Immagini e disegni in movimento, mischiati a foto dell’epoca, affiancati in modo da percepire il racconto che l’autore voleva trasmettere.
Con mia sorpresa (nonostante, lo ammetto, ritenessi le pennellate di Van Gogh brutte) mentre i quadri prendevano vita e forma attorno a me, non ho avvertito una sensazione di disagio o fastidio, anzi, di immediato benessere e rilassamento.

Il secondo decisivo punto a favore è stata la musica: coinvolgente, epica; perfetto contorno naturalmente sincronizzato agli scenari e emozioni che dovevano suggerire. Contribuiva a dare una collocazione geografica ripercorrendo con il sonoro gli spostamenti di Van Gogh in Europa.

Ma la cosa che, almeno per me, ha giocato un ruolo fondamentale in questa esperienza sono state le parole stesse di Van Gogh: Il pannello superiore centrale riportava sempre delle citazioni dai diari o dalle lettere scritte da Van Gogh, spesso riferite ai quadri proiettati o comunque a quello stesso periodo della loro realizzazione.
E’ nelle parole di Van Gogh che si scorge la luminosità del suo messaggio, la bellezza del cielo stellato e dei suoi girasoli, sono le sue parole a caricare di maggior significato (o del giusto significato) le sue opere, ed è probabilmente anche questo il motivo che ha decretato il suo successo solo post mortem.

Allora ho capito. Ho capito cosa mi è mancato alla Gare D’Orsay, ho capito cosa è mancato ai contemporanei di Van Gogh per apprezzarlo.

Sono mancate le sue parole. E’ mancato il vivere l’esperienza del suo messaggio epurato dal confronto visivo con i suoi colleghi del tempo.

E’ in questi momenti che spero con tutte le mie forze che ci sia vita “senziente” dopo la morte. In questi momenti spero davvero che chi non è stato compreso o apprezzato in vita trovi un minimo di appagamento e sollievo nel comprendere che qualcuno, uno almeno o tutti hanno finalmente capito cosa si stava disperatamente cercando di dire.

Perdonami, Vincent. Non guarderò più una tua opera con gli stessi occhi. E grazie, soprattutto per questa frase, che mi risolleva dall’onta che ho sempre provato di non saper disegnare.

*La mostra è stata prorogata fino al 24 febbraio 2019 a Bari, Teatro Margherita. Approfittatene.

crescita personale, Ricette per la Vita

Cosa sono e a cosa servono le Affermazioni

Almeno il 90% dei libri sulla crescita personale e/o cambiamento delle abitudini vi consiglierà di includere nelle vostre routine giornaliere la pratica delle affermazioni e probabilmente vi sentirete anche un po’ sciocchi le prime volte, decidendo, nel peggiore dei casi, di soprassedere su questo consiglio. Vi dico: non fatelo. Non le sottostimate! Provateci almeno!

E per aiutarvi ad adottare la giusta attitudine verso le affermazioni vorrei condividere con voi quale è il mio pensiero e la mia esperienza sul punto.

Ho cominciato ad usare le affermazioni dopo aver letto il libro The Miracle Morning. La meditazione (la prima delle pratiche consigliate) era già parte della mia routine più o meno giornaliera (ne parlerò in un altro post). Le affermazioni (la seconda pratica giornaliera consigliata in TMM) non le avevo mai praticate ma, ho capito ben presto che giocano un ruolo fondamentale per me per non lasciarmi ricadere in vecchi schemi comportamentali negativi e autodistruttivi, molto spesso dettati da meccanismi automatici quasi inconsci.

Long story short:

Tramite le affermazioni parlate a voi stessi come parlereste al vostro migliore amico.

Non solo: ripetendole ogni giorno, ricordate a voi stessi costantemente e quotidianamente le cose buone e giuste che avete bisogno di sentirvi dire per non cadere in vecchie abitudini.

Immaginate la scena: il vostro migliore amico viene da voi dicendovi “Sai, ho deciso che vorrei fare *****, lo sogno da una vita, ho messo dei soldi da parte per farlo e soltanto l’idea di provarci mi rende felice“.

Gli rispondereste mai con frasi del tipo “Di sicuro fallirai”, “Non ce la farai mai”, “Ma pensi che stanno ad aspettare te per questa cosa?”, … ed altre mille frasi distruttive e disfattiste.

Può darsi che l’idea del vostro amico possa apparirvi avventata, e magari potreste (dopo, in un secondo momento) chiedergli se “ha pensato al fattore x o y” o come sta pensando di gestire la questione “z” mentre dirige i suoi sforzi verso il nuovo sogno, aiutandolo ad elaborare meglio la strategia per raggiungere il suo sogno. Ma nell’immediato, immagino vi verrebbe di usare con lui con lui parole di incoraggiamento, di manifestargli il vostro appoggio (sempre che si tratti di un progetto lecito!).

Immaginate la stessa scena ma sostituite al vostro amico l’immagine riflessa di voi stessi nello specchio.

Cambia tutto, non è vero? Siete portati di primo acchito ad usare le frasi disfattiste che con il vostro amico non usereste mai.

Qui entrano in gioco le Affermazioni: vi consentono di eliminare tutte le frasi tossiche, le storie in background negative e distruttive che vi ripetete costantemente nella testa, che vi portano ad autosabotarvi ed agire nei vostri confronti come se foste voi stessi il vostro peggior nemico.

Ora domandatevi: Perché ai vostri amici dedicate parole di incoraggiamento e apprezzamento e a voi stessi, invece, frasi del tipo: “sono grassa/o”… “sono brutta/o”… “non ce la posso fare…”… “il mio/la mia partner mi lascerà di sicuro… “non avrò mai…” …

Perché non riservate a voi stessi la stessa gentilezza che naturalmente rivolgete persino agli estranei.

Assai spesso ripetiamo a noi stessi (e spesso anche a chi ci sta vicino, specie nei momenti di rabbia) delle frasi negative e distruttive che, a loro tempo, ci hanno detto, i nostri genitori, i nostri insegnanti, amici o persone la cui approvazione era importante per noi. Parole che inevitabilmente ci hanno ferito ad un livello profondo e radicato, che fatichiamo a distinguere da noi e a sradicare dal nostro essere, dai nostri gesti quotidiani.

I genitori più attenti alla comunicazione sanno bene che non bisognerebbe mai dire ai bambini frasi del tipo “Sei cattivo, sei monello, non sei capace a far niente, sei sempre così…., non sei mai cosà…., …”
Queste frasi si imprimono nella memoria del bambino e lo definiscono, lo condizionano nelle azioni quotidiane, presenti e future. I bambini si fidano dei loro genitori, per cui se i genitori dicono che non sono capaci a far nulla, che sono disordinati, che sono cattivi, allora vuol dire che è vero, che sono tali, e come tali cresceranno.
Per nostra fortuna, funziona anche il contrario: se noi incoraggiamo i bambini, diciamo loro che sono capaci, che sono bravi, che sono in grado di cavarsela, loro si comporteranno di conseguenza.

Tuttavia, quelle frasi distruttive, a prescindere da chi le abbia per primo inculcate nella nostra mente, finiamo con il ripetercele a livello conscio e inconscio ogni giorno, fino a che qualcuno finalmente non ci dice che possiamo sostituirle e riprogrammare il nostro codice. Come?

Tramite le affermazioni riprogrammiamo il nostro codice, i nostri automatismi, riscriviamo le nostre credenze, trasformandole da limitanti in potenzianti.

In altre parole, cambiamo la storia di sottofondo, ce ne liberiamo e la sostituiamo con qualcosa di nuovo. Smettiamo di dirci che siamo incapaci, e ci ricordiamo quali sono le nostre qualità, invece. Smettiamo di vedere ostacoli insormontabili, e ci diciamo che abbiamo mezzi e capacità per superarli…

Vi pare una cosa scema? Vi dico che è qualcosa la cui forza vi sorprenderà, forse spaventerà!

E siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, siccome è molto facile riprendere le vecchie abitudini di autosabotarci, di ributtarci nell’ombra, è importante che la pratica delle affermazioni, del parlare a noi stessi in maniera positiva, sia costante e quotidiana.

E’ importante che ricordiamo a noi stessi che siamo capaci di raggungere i nostri obiettivi, allo stesso modo in cui sappiamo che dobbiamo ricordare e mostrare alle persone care che le amiamo e teniamo a loro, ai loro sogni, e che li supportiamo in ogni loro scelta.

Siate gentili con voi stessi. Siate i vostri migliori amici. Usate le affermazioni!

Vi piacerebbe provare a usare le affermazioni ma non sapete quali affermazioni usare o come crare le vostre?

Magari di questo scriverò più in là. Intanto lascio sotto quelle a cui ricorro io “di default”, prese da un esercizio di meditazione disponibile su Insight Timer (anche se la mia APP preferita per meditare resta Headspace).
Provate a ripetere le 7 affermazioni che torvate sotto ogni mattina per una settimana, utilizzatele come “intenzioni” per la vostra giornata. Scoprirete che quando sarete sul punto di fare qualcosa che contraddice queste affermazioni esiterete, vi ricorderete del proposito espresso quella stessa mattina e, nel migliore dei casi, vi terrete fede.
Provateci: non vi costa nulla, un minuto al giorno, forse meno. Ma potreste guadagnarci tantissimo in felicità e appagamento! 🙂

Affermazioni del Mattino:

  1. Faccio dei piani ma resto flessibile e aperto alle soprese che la vita ha in serbo per me. Cerco di dire SI tutte le volte che è possibile;
  2. Coltivo le mie passioni e facendo ciò coltivo anche fiducia in me stesso;
  3. Acolgo l’opportunità di uscire dalla mia comfort-zone e di non essere guidato dalla paura;
  4. Mi amo in maniera incondizionata perché è essenziale per la mia felicità. Amo la persona che sono e non ho bisogno dell’approvazione degli altri per amarmi pienamente;
  5. Oggi berrò acqua, mangerò frutta e verdura, camminerò, farò le scale ed esercizio fisico. Tratterò il mio corpo con amore;
  6. Dono qualcosa ovunque vada, anche solo un sorriso, un complimento o la mia piena attenzione. Ascoltare è il più iportante dono che possa fare agli altri.
  7. Mi impegno ad essere impeccabile con le mie parole e a parlare solo per manifestare positività. E’ contro me stesso e la mia felicità usare parole negative verso me stesso o verso gli altri.

E voi? avete mai usato le Affermazioni? che cambiamento avete ottenuto nelle vostre vite? Le trovate utili o inutili. Ditemelo nei commenti! 🙂

Libri

L’Amica Geniale

Non ho visto la serie, tecnicamente non ho nemmeno letto il libro, l’ho ascoltato! Ho acquistato la versione audiobook (letto da Anna Bonaiuto) di questo libro su GooglePlay Libri e devo dire che mi è piaciuto tantissimissimo. Anzi, ho già acquistato il secondo libro della serie (Storia del nuovo cognome) perché non vedo l’ora di capire come si sviluppa la storia (il non-finale del libro, non vi lascia altro scampo che cercare di rispondere in fretta a questa domanda!).

Leggendo (ascoltando!) il libro non ho potuto fare a meno di ripercorrere la mia stessa infanzia, di rivivere e rivedere sotto rinnovata luce avvenimenti simili o assimilabili che potevo aver vissuto anche io, domandandomi, di volta in volta, chi, nella mia vita o nelle singole occasioni, avesse giocato il ruolo de l’amica geniale.

Ma non solo. Una delle cose che mi è piaciuta di più di questo libro (e che non è affatto scontata) è che ci sia anche la prospettiva “maschile”. Non è solo un racconto delle paure, delle invidie, dei tormenti, delle aspirazioni, dei sogni, dei cambiamenti e delle molle in genere che spingono all’azione delle ragazzine, per quanto dotate e talentuose. Qui e là si racconta anche delle stesse dinamiche vissute da un ragazzo, lungo il percorso che lo porterà ad essere un uomo.

Mi sono ritrovata molto nel racconto di Lenuccia, nel sentirmi sempre continuamente spronata a migliorare per raggiungere le qualità che ammiravo e ritenevo superiori nella mia amica geniale, che, per mia fortuna, non aveva alcuna cattiveria in sé, anzi. Ma, non solo, mi sono sentita simile a Lenuccia anche in quelle cose in cui ho voluto emulare mio fratello e nel volermi costantemente migliorare per sentirmi all’altezza di chi ritenevo (e ritengo) più bravo di me in qualcosa.

Non sono mai stata una persona invidiosa (almeno, non nell’accezione negativa del termine). Ho sempre visto nelle buone e belle qualità degli altri opportunità di crescita, cercando nel mio piccolo sempre di dare il mio contributo. Ma sono sempre stata fermamente convinta, che alcune capacità, alcuni talenti, che siano o non siano innati o naturali, possono essere migliorati con l’esercizio e la dedizione. Questo ho sempre cercato di fare, dietro lo stimolo, spesso indiretto, di chiunque ammirassi e ritenessi “bravo”.

Sono certa che sarà capitato anche a voi, per almeno un aspetto della vostra vita. Fino a che… crescendo ti accorgi (perché ti viene detto) che
(S P O I L E R) per molti sei stata tu l’amica geniale, sei tu quella che sprona gli altri, sei tu quella che spesso ha rappresentato il pungolo per far meglio le cose.

Il momento in cui Lenuccia ascolta dalle parole di Lila che (S P O I L E R) è lei, Lenuccia, l’amica geniale (sino a quel momento io stessa credevo il titolo fosse rivolto a Lila), sono certa che Lenuccia ha provato la stessa identica sensazione di vertigine che ho provato io quando è stato detto (magari con altre parole ed in altri contesti) a me. E’ un misto di emozioni, positive e negative, ti senti catapultata in un mondo alla rovescia e ti senti completamente disorientata, credevi di seguire una guida ed invece erano gli altri a seguire te… si ma… verso dove? Ti viene da pensare che ti saresti potuta risparmiare nella tua vita un sacco di affanno e fatica se solo lo avessi saputo prima… ma in un lampo torni alla ragione, pensi che senza quel pungolo, senza quel ritenere l’altro geniale o più geniale di te, non lo saresti stata nemmeno tu, saresti stata come gli altri, nè più, nè meno.

Funziona per gli amici e, secondo me, ancora di più nelle coppie. Per quanto mi riguarda ho sempre sostenuto (ed ho portato avanti questo pensiero sempre, anche nei fatti) che in una coppia, perché la coppia funzioni, ciascuno deve ritenere l’altro migliore di sé in qualcosa. Altrimenti, se si ritiene l’altro migliore in assoluto (o peggiore in assoluto) si è in una situazione di sudditanza/subalternità non fisiologica ed alla lunga dannosa.

Ecco. L’Amica Geniale è stato un po’ come ripercorrere i ricordi della mia infanzia (certo, in un contesto sociale meno tumultuoso e rissoso, ma tutto sommato non troppo distante, anche geograficamente parlando), ripercorrere i passi che mi hanno portato a formare la persona che sono, a ricordarmi da dove provenissero certe paure o insicurezze, a cementare alcune convinzioni; a guardarmi con gli occhi delle mie amiche e dei miei amici e a dare una spiegazione a cose per me allora (e per certi versi ancora) oscure.

E’ un bel libro, per tutte le età. Ve lo consiglio.

E voi? Lo avete letto? Vi è piaciuto? Quali riflessioni ha stimolato? Mi consigliate di vedere la serie? Fatemelo sapere nei commenti! 🙂

Cinema e Film

Un accurato spaccato di Internet in… Ralph Spacca Internet!

Attendevo il secondo capitolo di Ralph Spaccatutto da quando è uscito il primo (che mi è piaciuto un sacco), ma soprattutto da quando recentemente è diventato uno dei film Disney preferiti di mia figlia di 3 anni (nonostante non si canti per nulla… nel primo).

Sono andata al cinema pensando che il primo Ralph Spaccatutto fosse per i “bambini” nati negli anni 80 ed il secondo fosse invece adatto ai ragazzini di oggi.

Sarà che come sempre i film Disney hanno molteplici chiavi di lettura, che a mia figlia serve sempre qualche visione in più prima di appassionarsi ad un film (anche se durante Animali Fantastici e Bohemian Rapsody è stata inaspetattamente più buona!), ma sono uscita dal cinema pensando che il pubblico ideale di Ralph Spacca Internet continui ad essere quello dei bambini nati negli anni 80!

Si badi! Non è un giudizio negativo, è un modo per dire che i bambini, se pure potranno appassionarsi alla storia, ci vorrà loro un po’ più di tempo perché la comprendano ed apprezzino.

Credo che Ralph Spacca Internet tra qualche anno costituirà una specie di documentario che spiegherà alle generazioni future come funzionavano Internet ed i Social nel secondo decennio degli anni 2000 e di come alcuni tratti negativi o disfunzionali delle persone, trasportate in Internet possano essere distruttive e dannose.

Bello, da vedere, ma… meglio il primo! 🙂

PS: Felix e Calhoun sono adorabili! ❤

Libri, Organizzazione della Casa, Ricette per la Vita, Suggerimenti e Consigli

Il magico potere del riordino. Funziona?

Era da tempo che volevo dedicare un post a Marie Kondo, il suo libro ed il suo metodo e colgo l’occasione dell’uscita su Netflix della serie con lei protagonista.

Per chi no lo sapesse Marie Kondo è una scrittrice Giapponese che si occupa di economia domestica, tra l’altro annoverata nel 2015 dal Times tra le 100 persone più influenti nel mondo.

Ho deciso di leggere il suo libro un paio di anni fa, più che altro incuriosita dal fatto che molti YouTuber che seguivo all’epoca ne parlavano (il percorso è stato più o meno questo: acquisto di una Filofax, video sulla organizzazione dell’agenda, video sulla organizzazione della casa, minimalismo… Marie Kondo).

Semplificandolo all’osso, il metodo Konmari consiste nei seguenti step:

  • Riordinare gli oggetti per categoria e non per spazi/stanze, partendo dagli oggetti più semplici da gestire (di solito il guardaroba) fino ad arrivare a quelli che hanno un significato sentimentale (fotografie, souvenir, cimeli di famiglia, regali…);
  • Raggruppare tutti gli oggetti di quella categoria in un unico posto (la regola spesso taciuta è che qualsiasi oggetto spunti fuori in un secondo momento vada buttato via);
  • Toccare ogni singolo oggetto, chiederci se lo utilizzimo regolarmente, se lo abbiamo utilizzato nell’arco dell’ultimo anno o se ci dà gioia, e se la risposta è negativa dobbiamo liberarcene, non prima però di averlo ringraziato per averci servito (anche solo per averci fatto capire che si trattava di un acquisto sbagliato);
  • Assegnare un posto preciso ad ogni oggetto, e riporlo al suo posto dopo ogni utilizzo.

Cosa ci sarà mai di tanto rivoluzionario nel metodo Konmari?

Alla fine, direte voi, si tratta solo di regole di buon senso, con qualche piccola personalizzazione, quanto basta per poterlo etichettare come metodo originale e venderci un libro…

Beh… potreste rimanere sorpresi! Se è stato tradotto in così tante lingue in tutto il mondo e così tante persone lo hanno trovato rivoluzionario, forse c’è qualcosa in più che il semplice suggerirvi come riordinare le vostre cose o piegare gli abiti.

Pensate solo al vostro guardaroba, chissà quanti vestiti tenete nell’armadio (magari ancora con il cartellino attaccato) che non usate (più), di una taglia che non vi sta (più),… insomma, il solito armadio pieno ma che non vi offre nulla da mettere. Avete presente? Beh… Una volta che accatastate tutto sul letto, vi renderete conto di quanti sono gli indumenti che in realtà suscitano in voi stress (non sapete dove riporli), senso di colpa (non avete ancora raggiunto il peso a cui sperate di tornare oppure avete speso bei soldini per un capo che avete messo una sola volta o che ha ancora il cartellino attaccato…). Considerato che ci vestiamo ogni giorno, non è proprio il massimo aprire quotidianamente l’armadio ed essere pervasi da tutti questi sentimenti negativi ogni sacrosanta mattina, non vi pare? Stesso ragionamento si faccia per gli utensili della cucina, sempre in mezzo agli occhi, tranne quando vi servono veramente, oppure le carte che vagano a giro tra l’ingresso, il top della cucina ed il tavolo della sala da pranzo.

Ecco, qundi, dove sta il “magico potere” del riordino: nell’alleviare lo stress delle vostre vite.

Ma c’è di più: l’esercizio di riconoscere che qualcosa appartiene al passato, ad un tempo che non c’è più e di lasciarlo andare perché non ci serve più, è qualcosa che vi aiuterà anche a cambiare il vostro atteggiamento verso la vita, le vecchie abitudini e credenze limitanti.

Molto spesso liberarsi del superfluo attorno a noi aiuta a fare chiarezza su diversi aspetti della nostra vita, ad identificare schemi che si ripetono e prendere coscienza del fatto che quegli schemi possono essere scardinati e cambiati. In una parola, lasciati andare via (con gratitudine, sempre, per quanto ci hanno dato sino a quel momento). Liberarci del superfluo ci aiuta a metterci di fronte alle scelte che stiamo procrastinando da tempo o che semplicemente non crediamo possibile poter fare.

Una delle scelte che ho preso io, dopo aver passato due anni a liberare la mia casa e la mia vita del suprefluo, di ciò che non uso e di ciò che non mi trasmette alcuna gioia, di ciò che non rappresenta la mia personalità, i miei desideri e le mie aspirazioni è stata quella di lasciare il mio lavoro dopo otto anni, dopo un tempo tale che nessuno credeva possibile che lo lasciassi, io per prima.

Ma l’ho fatto e un pochino, forse, grazie anche a Marie Kondo ed al suo metodo, anche se non l’ho applicato al 100% in tutti gli ambiti della mia casa.

Per cui il mio consiglio è date al metodo Konmari una possibilità, provate a leggere il suo libro (esiste anche una versione a fumetti), provate a liberare del superfluo il vostro armadio, quanto meno de guadagnerete in tranquillità ogni mattina quando è il momento di vestirsi! Anzi, per maggiori consigli su come organizzare l’armadio, potete dare un’occhiata ai post che ho scritto sul tema su Come ti Organizzo.

E voi? Lo avete letto ed applicato o… letto e buttato via? State seguendo la serie su Netflix? Cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti!