Di segnali ignorati e bugie raccontate per restare legati ad una scrivania detestabile. (Cap. 2)

Ed eccoci a snocciolare uno per uno i segnali che ho ignorato o a cui ho dato una spiegazione più o meno verosimile se pure in questi anni mi era capitato di porvi attenzione. Nel precedente post vi ho parlato dei pensieri limitanti che mi impedivano di guardare con chiarezza la realtà, e in un altro post vi parlerò degli strumenti che invece mi hanno aiutato a fare chiarezza nella mia vita.

Se anche tu senti che il tuo lavoro o qualsiasi altra situazione nella vita non ti rende al 100% soddisfatto, se non sai bene da che parte penda la bilancia dei pro e contro delle scelte che hai fatto, magari potresti iniziare a fare attenzione anche tu su quale sia il dente dolente su cui batte la tua lingua.

a) Non mi sono mai riconosciuta nel mio gruppo professionale, né avevo piacere nel farne parte.

Una frase che ho spesso pronunciato negli ultimi 10 anni è stata: io non sono un avvocato. Io faccio l’avvocato. Il senso era che vedevo il mio lavoro come un mezzo come un altro per avere una entrata economica, nulla di più. Non era particolarmente importante per me alzare il telefono e presentarmi come “Avvocato” a chi era dall’altro capo. Inoltre, non ho mai sentito alcuna affinità verso i miei colleghi, sentendomi sempre e comunque fuori posto.

Questo sentirmi “ai margini” della professione l’ho giustificato in mille modi: nei primi anni ci vedevo l’umiltà di non paragonarmi a chi aveva più esperienza di me; man mano che acquistavo professionalità, con il fatto che, diversamente dal 98% dei miei ex colleghi, non mi occupavo di contenzioso, ma solo consulenza contrattuale.
Non mi sono accorta che questo era un segnale della direzione sbagliata che avevo intrapreso: sapevo di non riconoscermi nella categoria (avvocato) e la bugia che mi raccontavo per ignorare il segnale era creare una sottocategoria (avvocato d’affari, cit!).

Inoltre non ho mai ammirato gli avvocati-squalo, quelli che difendono i potenti (e/o i cattivi), ingrassando le proprie tasche. Se avessi potuto scegliere (mi dicevo) magari avrei difeso i deboli, ma le circostanze della vita mi avevano portato alla consulenza contrattuale per clienti anglofoni.

b) Ho sempre fatto fatica ad immaginarmi a lavorare fino alla vecchiaia come avvocato

Questo è stato un segnale difficile da riconoscere. Ho sempre spiegato la mia difficoltà nell’immaginarmi “da qui a 5 anni” o “da qui a 10 anni” con la mia difficoltà in generale ad immaginare le cose, e a fare grandi progetti.

La stessa difficoltà la incontravo quando provavo a fare esercizi di visualizzazione, come ad esempio immaginare la “giornata ideale”, finalizzata a cercare di avvicinarci quanto più possibile, con le azioni di ogni giorno, a quell’ideale. Quanto può essere difficile, magari vi chiederete? Beh, da persona tendente al razionale che sono, la giornata ideale ha comunque una base di realtà e di possibilismo, il mio intento era immaginarla nell’ambito della mia realtà familiare e lavorativa, cercando di immaginare lo svolgimento migliore e più gratificante possibile, sia sul piano lavorativo che personale/familiare. E’ molto facile immaginarsi in una palafitta in Polinesia, con un libro in una mano e un mocktail nell’altra, meno facile immaginare la migliore versione di noi partendo dal concreto, se quel concreto ha una premessa sbagliata.

La verità è che la premessa di partenza (=lavorare in campo giuridico) in cui piantavo le radici della concretezza per immaginare il mio futuro ideale era per me sbagliata, con il risultato che ogni possibile scenario futuro aveva contorni fumosi e un aspetto per nulla allettante per me.

Mi era impossibile immaginare una “giornata tipo” ideale partendo dalla mia situazione lavorativa attuale. Gira e rigira ne uscivo sempre con un senso di insoddisfazione e frustrazione, la percezione che nulla sarebbe mai migliorato. I giorni mi si paravano davanti tutti uguali, tutti mediocri, tutti per la gran parte spesi a fare un lavoro che detestavo, arricchendo una persona che non lo meritava particolarmente invece che me stessa, per poi ricacciare nelle poche ore residue famiglia, crescita personale, hobby…

Stessa cosa se mi immaginavo a vincere un concorso o una selezione nel privato: una scrivania valeva l’altra, un’azienda valeva l’altra, una PA valeva l’altra (e neanche tanto considerato che con i concorsi nazionali non sai dove vai a finire). Avrei continuato a fare un lavoro in cui non mi sarei mai sentita appieno realizzata nè valorizzata, per cui l’unico vantaggio era lo stipendio a fine mese ma per cui mi sarei sempre sentita inadeguata, monca e fuori posto.

Di contro, appena ho capito davvero quale era il mio vero campo d’elezione, quello per cui sono davvero portata, appena mi è tornato in mente il ricordo di quella pagina di piano di studi per cui mi brillavano gli occhi, il blocco dell’immaginazione si è sciolto come una pastiglia effervescente in un bicchiere d’acqua e magicamente mi sono scoperta capace di immaginare un futuro desiderabile ed un lavoro che avrei potuto fare, con mille sfaccettature, con piena soddisfazione, fino a 99 anni.

c) Nella mia libreria i libri giuridici si contano sulle dita di una mano

Questa è una cosa che ho in verità sempre notato e su cui ho sempre scherzato. Lo vedevo come un modo per sottolineare che 1) avevo studiato su manuali di copisteria e anche per fortuna visto che nel frattempo era cambiato tutto; 2) ho una miriade di interessi personali diversi da quelli afferenti al mio lavoro (un pregio, per me); 3) la maggior parte delle informazioni (le leggi e le sentenze aggiornate) necessarie alla professione possono trovarsi comodamente in digitale più che in formato cartaceo (che dopo 12/24 mesi son già superate!).

La verità che mi nascondevo con queste razionalizzazioni era che in fin dei conti la passione per il mio campo di studi io non l’ho mai avuta, ed è forse anche la spiegazione del motivo per cui nessun professore, nonostante fossi una studentessa disciplinata e diligente, mi ha mai proposto di fare la tesi con lui/lei. Cosa che, invece, vedevo succedere abbastanza frequentemente ad altri compagni di studi, ma mai a me. Onestamente non me lo spiegavo, non riuscivo a capire su quali basi un prof proponesse ad uno studente di fare la tesi anche prima dell’ultimo anno, se non sulla base del rendimento all’esame o alla partecipazione alle lezioni (cose in cui non deficitavo).
Probabilmente i prof non vedevano in me quel luccichio negli occhi della passione per la materia. Ero una dei tanti che, sebbene lo negasse a sé stessa, aveva ripiegato su Giurisprudenza per assenza di alternative.

d) Non ho mai provato interesse per casi mediatici nè per legal drama.

Fa il paio con il punto precedente e lo chiarisce. A differenza di molti miei colleghi ma anche di persone comuni, non ho mai provato alcun tipo di interesse per i casi mediatici (es. Cogne, Garlasco), non li seguivo così come non seguivo le trasmissioni di tipo legale, come un Giorno in Pretura. Peggio ancora con serie TV come Perry Mason o semplicemente Law and Order. Li ho sempre trovati non interessanti per me. Liquidavo questa mancanza di interesse con un “ma io sono civilista, il penale non mi piace“, ma anche nelle serie TV legal che mi piacevano, di stampo civile/contrattuale (vedi Suits o The Good Wife) la parte dei processi era quella per me più noiosa. Altra bugia che mi raccontavo era che nel tempo libero non mi andava di ascoltare altra roba legale.

Se mi fossi vista dall’esterno e con lucidità, magari avrei avuto di me l’immediata percezione che ebbi con un ex fidanzato di una mia cara amica, faceva il cuoco ma a casa non cucinava mai, né per se stesso, né per la compagna, né tanto meno per gli amici. Capii in un baleno che aveva scelto di fare l’alberghiero per poter fare un mestiere che gli garantisse uno stipendio a fine mese ma non aveva alcuna passione per la Cucina e il suo lavoro. L’ho capito anche di me stessa già dopo i primi anni di attività professionale, ma ci sono rimasta invischiata per i fattori limitanti di cui vi ho raccontato nel precedente post.

e) Non ho mai desiderato emulare un avvocato di successo.

Nella mia vita diverse volte mi è capitato di provare ammirazione per qualcuno e pensare “ecco! io voglio fare questo nella vita mia” ma mai rivolto ad un avvocato e meno che mai a qualcuno che lavorasse nell’ambito legale o nella PA. Se pure ho rivolto questo senso di ammirazione verso un avvocato, non era per l’esercizio della professione in sé (es, se ascoltavo una lectio magistralis, non era la qualità “avvocato” ad ispirarmi, ma il carisma, la bravura nell’insegnare, ecc…
Quando vedevo miei amici o coetanei eccellere in questo o quello studio legale o vincere questo o quel concorso, non provavo nemmeno “invidia” (sana) nè voglia di tentare di fare anche io lo stesso. Anzi, per quelli che lavorano nella PA ho spesso provato un senso di disorientamento all’idea di ambire a quello stesso lavoro per me stessa.

A causa di questa assenza di desiderio di imitazione, ho pensato per tanto tempo di non essere una persona ambiziosa, facendomene ora un vanto ora una colpa a seconda dei contesti; addirittura sono arrivata a pensare di essere una scansafatiche per non voler mettere più impegno per inseguire questa o quella aspirazione fino in fondo, ma la verità resta quella descritta più su: l’ambizione non c’era semplicemente perchè la premessa di partenza (lavorare nell’ambito giuridico) era sbagliata.

f) Mi sono sempre sentita fuori posto

Sia negli anni in cui ho fatto pratica all’Avvocatura dello Stato sia in quelli in cui ho lavorato in uno studio professionale privato (e peggio ancora, durante il dottorato), mi sono sempre sentita goffa e fuori posto. Imputavo questo sentirmi a disagio alla mia “estrazione sociale”, al fatto che provenissi da un paesino di campagna di una diversa provincia e non dalla città; al fatto che non avessi nella mia famiglia alcun professionista a cui fare riferimento o che mi facesse sentire un pochino familiare il mio ambiente di lavoro. Anche qui, credevo che la causa risiedesse altrove e non nel fatto che galleggiavo in acque che non erano mie, anche dopo averci galleggiato per diversi anni.

g) Ho sempre avuto un debole per le storie di chi ha mollato tutto sulla soglia dei 40 anni ed ha intrapreso una nuova strada.

Questo la dice lunga su quello che la pancia mi suggeriva di fare: non continuare a forzarmi per rimanere sul sentiero che avevo imboccato a 18 anni, ma dare ascolto alla vocina che mi suggeriva di volgere lo sguardo altrove.

Altrove… ma dove?

Quale è la nuova strada che sto per intraprendere?

Lo scoprirerete restando sintonizzati.

Spoiler: non ha a che fare con la cucina!

Di segnali ignorati e bugie raccontate per restare legati ad una scrivania detestabile. (Cap. 1)

Quante volte avete sentito un amico o un’amica che è statǝ traditǝ dal partner dire, con il senno di poi “avrei dovuto capirlo prima, ma… ho ignorato tutti i segnali“. A me è successa la stessa cosa ma in campo lavorativo/professionale (tranquilli, nessun tradimento!). E così come accade per i campanelli d’allarme nelle relazioni, alcuni segnali li ho coscientemente ignorati, razionalizzando o facendomi andare bene la situazione trovando il lato positivo, altri mi si sono mostrati nella loro chiarezza solo dopo aver finalmente ammesso a me stessa che era tempo per me di cambiare strada.

Sin dall’inizio del mio percorso di studi e soprattutto della mia vita professionale ho ricevuto miriadi di segnali che mi dicevano che non avevo intrapreso la strada più giusta per me, segnali che ho ignorato, fatto finta di non vedere, a cui ho dato giustificazioni errate, fino a che non si sono tradotti in vera e propria sofferenza ed insofferenza psicologica.

Come tanti studenti, il mio percorso universitario è stato frutto di una scelta se non imposta, quanto meno “pilotata”, non tanto in base alle mie reali inclinazioni (che magari a 18 anni non erano forse nemmeno così chiare e visibili) quanto a quello che sembrava più conveniente lavoristicamente parlando: una laurea in giurisprudenza quanto meno avrebbe facilitato l’accesso ai concorsi nella PA se proprio non avessi trovato la mia affermazione come libera professionista. E il primo segnale che forse non avevo né la maturità né il coraggio di cogliere, mi venne proprio dallo studio del “manuale di orientamento”. Studiando il piano di studi delle varie facoltà l’occhio mi cadeva sempre su una pagina specifica e non era Giurisprudenza.

Ricordo nitidamente sia quel carezzare “l’altra pagina”, il tornarci dopo aver letto qualsiasi altro piano di studi, sia il leggere tra lo sgomento e lo sbigottimento l’infinita lista di “Diritto_qualcosa” che componeva il piano di studi di Giurisprudenza. Quello sgomento e quel luccichio sono stati i primi segnali che ho ignorato. Mi ero detta che lo sgomento era figlio della mia ignoranza, del non saperne nulla e non avere la minima idea di cosa trattasse la maggior parte delle branche del diritto che mi accingevo a studiare. Il luccichio credevo non contasse, non fosse meritevole di attenzione, e si… belle materie, interessanti… ma poi? cosa faccio? Meglio Giurisprudenza, apre la porta per i concorsi…(così dicono).

Per lungo tempo, diciamo sino alla laurea, non ho avuto modo di percepire altri segnali e, anzi, ero quasi convinta che avessi fatto tutto sommato una scelta giusta. Ho sempre avuto uno spiccato senso della giustizia (come se fare l’avvocato centri qualcosa con esso). Però sapevo dentro di me che non stavo inseguendo nè una vocazione, nè una passione, per cui il patto che avevo stretto con me stessa era quello di non rinunciare con gli studi di legge a coltivare i molteplici altri miei interessi (e ricordo bene anche il punto in cui camminando lo avevo giurato a me stessa, lì, nel mio paese natale, a San Marzano di San Giuseppe).

C’è un altro fattore da considerare in questa iniziale “sordità” ai segnali, che immagino possa trarre in inganno qualsiasi bravo e disciplinato studente e che ha tratto sicuramente me e la mia famiglia in inganno durante gli anni di studio, fino al conseguimento dell’abilitazione, non consentendo un riesame precoce della mia scelta. Sto parlando dei buoni risultati che conseguivo con lo studio.

Se fossi stata una scapocchiona o una cattiva studente, eternamente fuori corso o che ha tentato l’esame di stato decine di volte, magari la lampadina dell’aver intrapreso la strada sbagliata si sarebbe accesa prima. Invece non solo avevo passato l’esame di abilitazione al primo tentativo, ma avevo vinto anche un dottorato, una premio per la mia tesi di laurea… insomma… cose che non ti accadono se non sei “portato” per una certa materia o professione.

La verità è che quello per cui sono sempre stata portata è stato lo studio, mosso dalla curiosità e in larga parte dal senso di responsabilità. Essere un bravo studente non equivale a essere un eccellente ed ispirato professionista, e di esempi ne è pieno il mondo.

E dopo aver iniziato a lavorare, è stato solo il senso di responsabilità a farmi portare a termine i miei impegni lavorativi, con i clienti e con lo studio, non certo l’amore o la passione per il mio lavoro (che detestavo e detesto ancora). Trovavo gratificazione nell’aiutare le persone a risolvere un problema contingente, non nel mio lavoro. Senso di responsabilità non è uguale a fare il lavoro per cui siamo tagliati. Sentirsi contenti per aver aiutato qualcuno, non significa amare il proprio lavoro

Per usare terminologia un po’ più tecnica, ero e mi trovo nella mia zona di competenza, magari ci sarei potuta rimanere se non fosse che restarci mi sta accompagnando in uno stadio di depressione alimentata da senso di inadeguatezza e senso di colpa, nel fare un lavoro per cui non mi spendo al 100% delle mie potenzialità e per cui ogni giorno faccio una fatica immane per restare aggiornata e interessata.

Dedicherò altro post agli strumenti che mi hanno aiutata ad aprire gli occhi e a mettere a fuoco quello che vedevo intorno a me. Ora mi voglio soffermare su cosa me li ha fatti tenere chiusi.

Con il passare del tempo, mentre via via si delineava e insinuava in me il disamore per la la professione che svolgevo, due sono stati i principali fattori che mi hanno portato a chiudere gli occhi davanti all’evidenza per tanti anni e a tirare dritto:

  1. I sacrifici fatti dalla mia famiglia e da me stessa per farmi studiare e conseguire il titolo.
  2. La convinzione che fosse tardi per cambiare rotta.

Sicuramente sono due pensieri limitanti comuni a molti, ed è anche per questo che ritengo importante parlarne prima di ogni altra cosa. E, diciamolo, non sono fattori dissimili da quelli che condizionano chi “decide” di non vedere i segni di un tradimento o di un matrimonio fallito, come nell’esempio fatto in apertura del post.

Ho notato che anche tra i miei amici e colleghi insoddisfatti del lavoro e/o demotivati dall’assenza di gratificazione economica, molto spesso il freno più forte che li trattiene dal decidere di cambiare completamente rotta resta quello dei sacrifici fatti dalla famiglia per mantenerti 5+ anni all’università. Come dire alla propria famiglia che si butta tutto alle ortiche? Il massimo della decisione “coraggiosa” (o forzata dalla necessità) tra gli avvocati ed ex avvocati che vogliono appendere la toga al chiodo è quella di buttarsi sui concorsi pubblici, e l’ho fatto anche io. Ma proprio studiare per i concorsi, proprio il sapere di non volere più avere a che fare con l’ambito giuridico mi ha fatto chiedere se la via che stavo per intraprendere (concorsi nella PA) sarebbe stata la più giusta per me. La risposta diventava sempre più nitida, ad ogni concorso tentato: NO.

E recentemente mi sono proprio ritrovata ad osservarmi sperare allo stesso tempo di passare e non passare un concorso nella PA. Speravo di passarlo per la vicinanza del posto di lavoro alla mia casa, per il mitologico stipendio a fine mese, per l’assenza di obblighi e spese legate alla libera professione… Speravo con la stessa forza di non passarlo, perché avrei continuato a sentirmi inadeguata e invischiata in mansioni e ambiti che detesto. Leggevo le domande del questionario di fronte a me e mi ripetevo: ma che c@##o me ne frega di sta roba…

Forse posso permettermi il lusso di sperare di non passare un concorso (e forse autosabotarmi) perché non è del mio stipendio che vive la mia famiglia. Ma questo è un altro discorso e merita un approfondimento a parte. L’unica cosa allettante del posto fisso nella PA sarebbe lo stipendio a fine mese (e scusate se è poco!!!). Un ottimo elemento motivatore in teoria e anche in pratica, ma poco efficace per un cervello che ha capito che l’ambito giuridico non è il suo ambiente d’elezione e fa a cazzotti sonanti con l’idea di lavorare nell’ambito legale/giuridico, qualsiasi forma essa assuma.

Il giro di boa è accaduto a dicembre dell’anno scorso, quando ho finalmente maturato la decisione di cancellarmi dall’albo, dato che non svolgo attività di tipo contenzioso, ma solo consulenza contrattuale (per cui non è al momento obbligatoria l’iscrizione all’albo).

A dire il vero mi ero già prefissata di fare un bilancio entro il 2020 per decidere se mantenere l’iscrizione o meno.

Quello che non era in programma era la chiarezza mentale che sarebbe scaturita da questa decisione di pura convenienza economica.

Quella che era banalmente una decisione dettata solo da ragioni economiche (iscrizione all’albo = costi considerevoli per la Cassa di Previdenza) è stata in realtà una benedizione, l’evento che finalmente ha squarciato il velo delle bugie che mi stavo raccontando, la goccia che ha fatto traboccare il vaso della Epifania Joyciana.

L’effetto benefico non è stato solo economico ma soprattutto psicologico: non ero più parte di una cricca di cui facevo fatica a sentirmi parte. Lasciato per terra questo macigno della “definizione formale”, pian piano la foschia che avevo davanti agli occhi si è dissipata lasciandomi guardare con maggiore chiarezza intorno e cogliere tutti quei segnali che avevo ignorato.

E’ stato come indossare un paio di occhiali con la correzione giusta di miopia+astigmatismo, invece che una ipercorrezione della miopia, che ti fa vedere le cose solo apparentemente bene, ma in realtà peggio e con maggiore fatica che senza occhiali (storia vera!).

Vuoi sapere quali sono stati i segnali che ho ignorato e le bugie che mi sono raccontata in questi 10 anni? Ci vediamo nel prossimo post!

E tu? Senti di aver intrapreso la strada giusta per te? Pensi sia troppo tardi per inseguire un altro sogno? Scrivilo nei commenti.

La seconda laurea. Un lusso?

Da diverso tempo mi trovo a riflettere su quanto sia strutturato male il sistema “premiante” delle borse di studio universitarie, rivolte solo ed esclusivamente a chi sta conseguendo un titolo per la prima volta.

Se vuoi una seconda laurea, devi pagare fino all’ultimo centesimo di tasca tua perché (evidentemente) è un “dippiù“, (un capriccio?) non meritevole della stessa tutela rivolta a chi si laurea per la prima volta.

Per mia natura, curiosa e sempre in cerca di nuova conoscenza, alla domanda cosa faresti se vincessi alla lotteria” ho sempre e da sempre risposto: prenderei almeno altre due lauree! Così, per il puro spirito di imparare. Certo i viaggi, le case nelle capitali… quello che volete, ma mi sarei di certo rimessa a studiare solo per il piacere di farlo.

Ecco… anche in questo “sogno” è celato quello che sembra essere il sentire comune: la seconda laurea è un lusso, qualcosa che, se proprio vuoi, ti concedi quando hai tempo e denaro da buttare vendere!

E’ proprio così? La seconda laurea è un lusso? E’ sempre un lusso?

Non sono d’accordo. In alcuni casi una seconda laurea potrebbe addirittura essere una necessità.

Riflettiamo un attimo: il corso di laurea lo scegliamo a 18 anni, terminata la scuola superiore.

Quanti di voi a 18 anni avevano ben chiare le idee su cosa fare “da grandi”?
Quanti, pur avendo chiare le idee hanno poi fatto quello che pensavano?
Quanti facendo quello che pensavano si sono poi sentiti appagati del proprio lavoro, senza scendere ai compromessi che il mercato impone?
E quanto di quella chiarezza di idee non proveniva invece da desideri che altri avevano per noi o visione che altri hanno instillato in noi?

Il mio “destino lavorativo” è stato scritto che avevo si e no 6 anni. Altro che 18!

La mia maestra delle elementari si era raccomandata di farmi fare il liceo classico (a 6 anni)- Mia madre vedendo che ero portata per la discussione e “l’avere ragione ad ogni costo” aveva individuato come mia professione elettiva quella dell’avvocato. Finanche il mio quadro astrale (sono della bilancia) approvava il lavoro in ambito legale/giurisprudenziale. E poi… c’era il Jolly: i concorsi nella PA!

Sono cresciuta con l’idea (sebbene dentro di me non fossi stata mai convinta al 100%) di dover fare l’avvocato, senza farmene troppe domande. In fondo, se me lo suggeriva mia madre che mi conosce benissimo, doveva per forza essere la strada giusta.

Ma i miei genitori (come anche la maggior parte dei genitori della generazione millenial) non sono dei professionisti. In famiglia non abbiamo professionisti. Non c’era la conoscenza diretta di cosa significasse essere un libero professionista, su cui basare un simile consiglio lavorativo. C’era solo la convinzione, più o meno corretta, che il professionista avesse uno stile di vita privilegiato rispetto al lavoratore dipendente.

Forse un tempo era così. Forse. Non lo so! Il mio unico termine di paragone è la condizione del professionista oggi: la maggior parte guadagna meno di uno spazzino (dignitoso nel suo lavoro, ma per cui basta la licenza elementare).

Ad onor del vero mi sono interrogata prima dell’iscrivermi all’università su che indirizzo dare alla mia vita (e qui devo dire che all’epoca l’orientamento faceva schifo), e le facoltà per cui mi brillavano gli occhi erano distanti da Giurisprudenza. Sia chiaro: non che non mi sia piaciuto il mio percorso di studi, ma non mi fa brillare gli occhi, non mi fa alzare entusiasta la mattina. Come ho detto sopra io amo imparare, per cui studiare e capire cose nuove a prescindere mi fa stare bene. Ma lavorare… è tutta un’altra cosa.

Ma torniamo al tema del post.

La seconda laurea è un lusso? Voler iscriversi di nuovo all’università per studiare qualcos’altro (non solo per piacere, ma anche per intercettare le nuove richieste del mercato del lavoro) è roba che deve essere riservata solo ai benestanti?
Se non sei benestante “è già tanto che hai la prima laurea, straccione, lavora come puoi e sii riconoscente per quello che hai!”. E’ così che deve essere?

Il povero non_più_giovane (e non_tanto_ricco) che a 18 anni ha scelto l’università sbagliata (per X motivo) e che, nonostante tutto, si sia impegnato per portare a termine gli studi, ha fatto la pratica professionale, ha avuto le sue esperienze lavorative, si scontra con un mercato del lavoro che chiede altro… cosa può fare se quell’altro richiede una laurea diversa?
Deve condannarsi alla frustrazione e infelicità ed ad un lavoro non richiesto dal mercato perché ormai ha preso quella laurea? Deve ripiegare su lavori meno qualificati ma che almeno gli fanno portare il pane a casa, sprecando il suo reale potenziale e non facendolo sentire appagato a fine giornata?

Quel non_più_giovane con quel poco di esperienza che ha (verosimilmente il doppio degli anni di quando ha scelto la prima volta l’università) ora ha capito molto più di sé, delle proprie aspirazioni e di quello che manca/si cerca nel mercato del lavoro.
Ha capito quali erano le leve sbagliate che hanno portato alla scelta curricolare precedente. Ha gli strumenti e ancora il tempo per cambiare rotta, ritagliarsi un po’ di tempo tra il lavoro (che si spera abbia) i figli (che magari ha già) e tutto il resto per rimettersi a studiare.

Quel non_più_giovane magari ha anche dei figli per cui vuole essere d’esempio senza convogliare nelle loro vite i desideri che non è riuscito a realizzare. Vuole ispirarli a inseguire le proprie inclinazioni ed ispirazioni, più che essere un esempio negativo di persona rimasta ingabbiata nelle proprie scelte sbagliate da non imitare.

In che modo verrà sostenuto e aiutato dallo Stato questo volenteroso non_più_giovane? ZERO ASSOLUTO.

Caro non_più_giovane, la laurea ce l’hai già. Non ci interessano i tuoi desideri di riqualificazione e crescita professionale, non ci interessa che con un altro ruolo/titolo potresti dare un contributo maggiore alla società, non ci interessa.

La seconda laurea è un lusso.

Devi avere un fottio di soldi per prendere una seconda laurea. Non ce l’hai? Desisti!

Devi ritagliarti da solo il tuo tempo, magari licenziarti, Ma se non hai un fottio di soldi ricorda che intanto devi anche lavorare di più perché ti servono soldi per la retta universitaria. Non puoi? Desisti!

Devi molto spesso accontentarti di quel che passa il convento delle Università On-Line perché per tutti i motivi sopra non puoi trasferirti in una citta universitaria di botto, lasciando lavoro e famiglia (se ce li hai). Perché le università tradizionali mai sia che adottino delle modalità di didattica a distanza per venire incontro ai poveracci che inseguono il sogno di una seconda laurea (ci voleva il Covid, ma comunque non basta allo scopo, solo per gli iscritti, e solo per l’a.a. 2020-2021!!!). Non ti piacciono le università online? Non puoi trasferirti in città? Ti attacchi!

Forse faresti meglio a rinunciare, caro non_più_giovane.

Forse.

Oppure, oppure… Oppure fai di un sogno un progetto. Ti dai delle scadenze, studi un piano di azione, trovi le risorse ed il tempo. Non rinunci. Pianifichi. Organizzi quei pochi strumenti a tua disposizione. Muovi il primo passo verso un nuovo obiettivo e magari una svolta nella tua carriera.

Caro non_più_giovane, se vuoi, se sei convinto, se hai le idee chiare e chi ti sostiene in questa scelta azzardata, il lusso della seconda laurea, te lo puoi persino concedere.

Come diceva Pino Insegno, nelle pubblicità regresso, CEPO…i riuscì!

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Saper riconoscere quando è tempo di cambiare

Quando ti sembra di sprecare l’inchiostro delle tue penne o i tuoi post-it “particolari” per uso attinente al lavoro… è arrivato il momento di cambiare lavoro, o almeno remare verso quella direzione.

Cle

Si sa: i patiti di articoli di cancelleria (stationery addicted) hanno pile e pile di quaderni in attesa di “un uso perfetto” perchè troppo belli per essere sciupati. E insieme ai quaderni, anche washi, stickers…

Io detesto avere roba inutilizzata (tutt’al più compro due cose uguali, così una la uso e l’altra la ammiro), ed in generale non sono una che decora molto quaderni ed agende, essendomi ormai rassegnata anche alla bruttezza della mia grafia. Ma mi piace avere cose belle oltre che funzionali, per rendere più piacevole anche la vista dell’agenda, sia essa personale o di lavoro.

Ultimamente mi sono accorta che non mi va di “sprecare” le mie cose per il lavoro. Annoto le cose da fare su foglietti strappati, nemmeno più nell’agenda (nonostante abbia inserti orientati proprio ad organizzare la giornata lavorativa). Uso le penne più scadenti, riservando quelle più scorrevoli ad altro (o nulla).

La voglia e la consapevolezza di dover cambiare lavoro per me c’è da diversi anni. Ho cercato di salvare il salvabile per non “buttare alle ortiche” la mia formazione ed esperienza professionale, ma sono arrivata al fondo, e questa resistenza all’uso di cose che mi piacciono per il lavoro, è un chiarissimo campanello di allarme: il tempo è scaduto. Meglio buttare alle ortiche la “professionalità acquisita” in un determinato settore, che la possibilità di sentirmi quanto meno soddisfatta delle ore lavorative, di sentire che sto mettendo a disposizione degli altri il mio talento, che sto aggiungendo valore al mondo a fronte del tempo che sottraggo alla mia famiglia e a me stessa. Lavorare per la gloria o solo per mantenere un titolo prima del proprio nome in firma vale davvero poco a fine giornata. Nel lavoro impieghiamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie, continuara a fare qualcosa per cui non ci brillano gli occhi, alla lunga, porterà solo scontentezza, malessere e senso di insoddisfazione.

E da diversi mesi, ormai, oltre a badare a due pargoli, la casa e trascinarmi avanti un lavoro che non mi piace (e in alcuni giorni detesto), mattoncino dopo mattoncino, cerco di costruire una strada diversa che spero di poter percorrere quanto prima.

Non è facile, specie con due bimbi in casa e un altro lavoro. Ma non è impossibile. Certo: la giornata è fatta di 24 ore e qualcosa resta indietro. Io ho lasciato indietro i blog, la mia passione per la cucina, la cura della casa… mi sono lasciata solo un piccolo svago videoludico perchè qualcosa di piacevole oltre ai figli devo pur mantenerla! Ma sto costruendo, un pochino ogni giorno. Se vi chiedete come fa una mamma a fare tutto (e nello specifico anche a cambiare lavoro) la risposta è semplice: non può fare tutto, non per lunghi periodi, non tutti i giorni tutto l’anno. Non può essere sempre tutto al massimo: è un fatto di priorità e sanità mentale. Qualcosa va lasciato indietro. i figli certamente no, tutto il resto a fasi alterne certamente si.

Si dice che si fa un torto a se stessi non facendo ciò per cui ci brillano gli occhi. Io dico che si fa un torto a se stessi se si continua a fare qualcosa che ti fa torcere le budella. E si fa un torto alla propria famiglia lasciando che qualcosa che detestiamo ci prosciughi ogni energia vitale e voglia di fare.

Il mantra è sempre quello: avere il coraggio di cambiare quello che può essere cambiato, la forza di sopportare quello che non può essere cambiato, e l’intelligenza di capire la differenza tra le due situazioni.

L’intelligenza…. ma anche la chiarezza nella mente.

Tante volte sentiamo un senso di frustrazione e insoddisfazione e non ne capiamo nemmeno la causa, o la ascriviamo ad altri fattori, con il risultato di nuotare a vuoto, perchè non capiamo quale cosa rimuovere (o aggiungere) nella nostra vita per poterci liberare da quel senso di frustrazione.

Anche grazie alla pratica del decluttering e alla meditazione riesco ad individuare con maggiore chiarezza le ragioni alla base dei miei stati d’animo. Non tutti, ma la maggior parte. Ho fatto chiarezza nella mia testa, e forse, forse, ho capito a grandi linee cosa voglio fare da grande. Spoiler: non è l’avocato. Doppio spoiler: non ha a che fare con la cucina!

cambiamento

Ci voleva la quarantena… (Pensieri dalla quarantena #3)

E niente… ci voleva la quarantena per tirarmi fuori dalla mia comfort zone. Incredibile, ma vero.

E’ più o meno da quando ho aperto il mio blog di cucina (dieci anni a dicembre 2020) che voglio avviare parallelamente un canale di ricette e più o meno l’ho fatto, ma non in maniera costante.

Ultimamente avevo trovato la maniera di postare più videoricette grazie al fatto che applicazioni come Kinemaster e simili mi consentono di lavorare ai video direttamente dal cellulare (e quindi anche a letto, durante le notti insonni causa allattamento e varie ed eventuali generate dai figli).

Ma non era ancora quello che volevo o che avrei voluto per il mio canale YouTube. Volevo metterci la faccia, volevo che la gente potesse riconoscermi e fidarsi di me, non solo della foto della mia ricetta.

Ma rimandavo e rimandavo. Principalmente rimandavo a quando sarei stata più in forma. Mi trinceavo dietro il fatto che se dovevo sistemare me, la cucina e tutto quello che serve per i video non ce la facevo più a filmare prima che mia figlia tornasse dall’asilo. E poi la mia precedente immensa cucina era bellissima ma assolutamente non adatta alle riprese con tutte quelle superfici riflettenti….

Troppo tempo… troppo tempo ci voleva per “aparecchiare tutto”, me compresa… Meglio riprendere solo le mani e lo spazio corrispondente al tagliere, no?

E giù a rimandare.

Poi il trasloco, una cucina dalle piastrelle imbarazzanti e dal colore osceno per il mio incarnato. Una microcucina con appena due piani di appoggio ed il tavolo. Nonostante lo spazio ridotto, grazie al ripostiglio sono riuscita ad organizzare in maniera abbastanza funzionale tutto il mio armamentario (già Konmerizzato) ed a riprendere pure a fare videoricette… ma senza metterci “la faccia”. Stavo rimandando ancora ma facendo finta che no!

A ciò si aggiunga la seconda gravidanza che avevo già iniziato in sovrappeso, quindi il mood del posticipare la mia apparizione a “quando torno in forma” era alle stelle. Si… ma quando torno in forma? Mi sono data un termine “entro i 40” (ossia entro due anni, che non posso accelerare più di così per via dell’allattamento che spero di prolungare almeno fino ai 18/24 mesi di Pietro) ma per i progetti che ho in testa per il blog è un tempo troppo lungo.

Rinunciare allora? Giammai!

Poi è arrivata la quarantena e con lei la consapevolezza che chi mi poteva guardare in quel momento era “come me”: a casa, in pigiama, senza trucco, con i bambini per casa… La consapevolezza che lo spettatore non si sarebbe scandalizzato nel vedermi “nature” con prole al seguito a cucinare.

E così è partita, con dei pancakes-non-pancakes fatti in diretta in piagiama con mia figlia al seguito e mio figlio nella fascia. Mi sono pure azzardata in un giro al volo dei pancakes.

Glielo dico sempre a mia figlia che lei è la mia forza ma in questa occasione lo ha dimostrato ancora di più e in concreto.

Continua a leggere “Ci voleva la quarantena… (Pensieri dalla quarantena #3)”

Pensieri dalla quarantena #2: la mancanza e lo spirito del concorsista

Quello che ci sta mancando di più è ciò che dobbiamo con forza reintrodurre nelle nostre vite al termine della quarantena.

Come per la cosa che ci sta mantenendo sani di mente in isolamento, anche questa cosa è diversa per ciascuno di noi e probabilmente è più di una. Può essere una cosa frivola o oggettivamente importante. Che richiede spesa economica o solo la possibilità di stare fuori e/o con gli altri.

Sarà la prima cosa che faremo non appena sarà possibile farla.

Riabbracciare gli amici, i nonni, scendere per strada, andare a fare colazione in un bar pieno di gente, … Tornare in palestra, tornare ad uscire la sera… Portare i bambini al parco, tornare a scuola… Organizzare una cena, persino tornare nel proprio posto di lavoro.

E cosa potrebbe accadere se nel frattempo si è perso il lavoro o le proprie entrate sono drasticamente ridotte? Pensare a quello che ci manca in questa circostanza è ancora più doloroso soprattutto se richiede spesa economica e lo consideriamo prioritario.

Questo pensiero rende di certo insopportabile e ancora più oscura la quarantena e l’incertezza sulla sua durata.

Onestamente è qualcosa in cui non riesco ad immedesimarmi al 100% in quanto ciò che mi manca di più non richiede grosso sforzo economico, si tratta più di cose conseguibili con poco altro oltre alle proprie braccia e gambe! Ma mi sono immedesimata nella situazione.

Se è un qualcuno a mancarci, apprezziamo la possibilità che ci danno i mezzi di comunucaziobe attuali e pensiamo a quanto sarebbe stato peggio vivere la quarantena ai tempi del Nokia 3210, senza videochiamate e con un numero limitato di messaggi gratis.

Se è un qualcosa e richiede maggiore sforzo, soprattutto in termini economici e a maggior ragione se prevediamo una diminuzione del reddito, per mantenere sanità mentale dovremmo allora guardare a quello che ci manca oggi come un obiettivo da raggiungere nel breve termine subito dopo finita la quarantena, senza farne una fissazione, e senza negarci la possibilità di apprezzare quello che ancora abbiamo. Una meta verso la quale indirizzare gli sforzi, non il chiodo fisso.

Se davvero temiamo di non poterci più permettere il nostro qualcosa nemmeno dopo, magari dovremmo approntare un piano di azione per tornare a fare quello che ci manca moltissimo nel più breve tempo possibile, appena la quarantena sarà finita. Ad esempio reinventarsi sul piano lavorativo, aggiornare le proprie competenze e arricchire il CV.

In molti lamentano che una delle cose peggiori della situazione attuale è l’incertezza della sua durata, tanto più se le si accompagna l’incertezza economica.

Io dico che bisognerebbe avere in questo periodo l’approccio del “concorsista“: i concorsisti (persone che si preparano per i concorsi pubblici, alcuni in maniera seriale) lo sanno bene che tra l’uscita del bando e la selezione vera e propria intercorre un periodo variabile che va da 3 a N mesi.

Che fanno i concorsisti? Alcuni aspettano inermi la data, altri si preparano, pianificano e studiano sin da subito per esser pronti quando la data verrà comunicata. Facile individuare quale dei due approcci porterà maggiori frutti.

Tornando alla quarantena. Non sappiamo quando finirà, ma finirà. Facciamo come il concorsosta diligente, studiamo un piano e iniziamo a fare quel poco o tanto che si può fare per tirarci fuori dalle macerie che questa guerra alla pandemia avrà lasciato dietro di sé.

Non restiamo inermi. Sfruttiamo quella cosa che oggi ci manca come pungolo per tornare in carreggiata. E non è detto che la carreggiata di marcia debba necessariamente essere quella di cui viaggiavamo prima.


Altri pensieri dalla quarantena

Pensieri dalla quarantena #1 – La quarantena ti aiuta a fare chiarezza su ciò che conta davvero per te.

Mi fioccano cosi tanti pensieri sulla quarantena che a metterli in ordine e sistemarli ci vuol tempo. Allora preferisco condividerli a spezzoni, poi magari li organizzerò meglio dopo! Oggi mentre facevo la doccia ho fatto questa riflessione. Quello che ci aiuta a non uscire di testa in questo periodo è quello che dobbiamo tenerci strettiContinua a leggere “Pensieri dalla quarantena #1 – La quarantena ti aiuta a fare chiarezza su ciò che conta davvero per te.”

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