Caro Diario

Devianze

Ma di preciso, per non essere deviante, che taglia devo indossare? Quante dosi di caffè al giorno posso farmi? Quanti booster su Candy Crash posso comprare prima di sfociare nella ludopatia e quante ore di Animal Crossing a settimana posso giocare per non essere troppo ritirata dalla società?

Quanto cibo piccante posso assumere pur sapendo che è un gesto autolesionista per la mia gastrite e quanto amaro del Capo posso bere dopo una cena?

Quale Dio devo pregare e posso concedermi il lusso di continuare ad essere area? Ve li siete scordati gli atei o non avete trovato un sinonimo apparentemente innocuo adeguato?

Me lo chiedo per sapere dov’è, secondo la donna_moglie_madre che ha parlato così miseramente di devianze, l’asticella di partenza della normalità e monitorare via via come evolve il concetto di normalità a seconda degli scopi meschini di chi vuole proporre una società omologata e standardizzata desiderabile da chi è nella stanza dei bottoni.

Fateci sapere poi anche che stemma dobbiamo apporre sulle nostre camicie a righe per identificare la/e nostra/e devianza/e specifiche ed essere accompagnati nel giusto campo di correzione.

Standard
Caro Diario

La verità è un pezzo di carne cruda

Servireste un pezzo di carne “nuda e cruda”?
Il vostro commensale la gradirebbe?
La risposta a queste domande è una ed una sola: dipende!

Dipende da che tipo di carne è? Che tipo di commensale avete!? Come avete intenzione di fargliela mandare giù!

Una tartare verrebbe apprezzata da un commensale con palato sopraffino e pochi altri (ma cmq è carne tritata e condita, non un pezzo sanguinolento appena tagliato dalla carcassa). Ma, parliamo sempre di qualità pregiata se stiamo sul crudo, tartare o carpaccio che sia! Meno roba le si mette attorno meglio è, ma c’è ugualmente chi di carne al sangue non vuole proprio sentire parlare, nemmeno se la serve Cracco con tutti i sacri crismi.

Poniamo il caso, invece, che il taglio di carne che avete davanti a voi, nudo e crudo, non sia un taglio “pregiato”, che così com’è lo mangerebbe forse solo un gatto di strada possibilmente già stremato dalla fame. C’è qualcuno che mai si ostinerebbe a servire anche questa carne nuda e cruda in ossequio a sacri principi di “non alterazione della realtà”?
Vi potreste mai sentire nel giusto se obbligaste qualcuno a ingollare un pezzo di carne nuda e cruda, stopposa e ostica da mandar giù, semplicemente sostenendo che quella la maniera autentica e senza orpelli in cui la carne va presentata; direste al destinatario di questo pezzo stopposo di carne che dovrebbe essere grato che gli siano state presentate le cose così come sono, senza falsificazioni, nemmeno allo scopo di renderle più digeribili?

Io dico che persino gli uomini delle caverne avevano imparato a cuocere la carne per renderla più masticabile, per non dire gustosa. Per cui direi che siamo tutti d’accordo nel sostenere che l’approccio ostinato al “nudo e crudo” è un attegiamento irragionevole, improbabile e non desiderabile.

Fuor di metafora: come detto nel titolo, la Verità è un pezzo di carne cruda. Ora rileggete tutto quanto sopra sostituendo la parola carne con verità. C’è modo e modo di presentare la verità, come c’è modo e modo di servire la carne.

C’è un sacco di gente che sparge veleno e si trincera dietro l’alibi dell’essere una “persona sincera” che si limita semplicemente a servire pezzi di carne-verità cruda, sentendosi anche particolarmente virtuoso nel non “trattare” soprattutto i tagli di carne-verità meno pregiati.

Se poi questo pezzo di carne-verità cruda ferisce il destinatario, è colpa del destinatario che non apprezza la sincerità, non apprezza la virtù dei paladini dell’autenticità. Per (auto)definizione, chi serve la carne cruda è un paladino della verità, dell’autenticità, è sempre nel giusto e non può mai essere criticato o rimproverato per aver detto la verità.

E’ così?

Io dico che tra una bistecca di tofu (=una bugia) e un pezzo di carne cruda (la v e r i t à) c’è un abisso di sfumature e tecniche di trattamento che possano essere applicati prima di porgere la verità-carne al destinatario. Anche ad un carpaccio o ad una tartare è concesso un minimo di pre-trattamento, a maggior ragione con un pezzo stopposo di quarta scelta! Ci sono poi dei pezzi che non andrebbero mai serviti, nemmeno al gatto stremato dalla fame di cui sopra.

Ma c’è un altro grosso problema: il giudizio del paladino della v e r i t à, il condimento nascosto, subdolo, che non dovrebbe esserci ma che invece c’è. La tossina che può guastare anche un taglio pregiato.

Caro paladino della verità. Se voglio la carne cruda vado in macelleria per poi decidere cosa farne.
Se hai deciso di servirmela senza che io l’abbia chiesta… beh! Come destinatario merito che almeno sia “trattata” a dovere prima di essermi servita! Se deve essere cruda, almeno espungi ciò che di quella verità-oggettiva non fa parte: il tuo giudizio soggettivo sulla “verità” che mi compete, le tossine che condiscono il pezzo a me destinato.

Come si fa a “trattare” adeguatamente la carne-verità? Per me la funzione del trattare e/o cuocere la carne-verità lo svolge la comunicazione.

Come in cucina, anche la comunicazione ha le sue “tecniche”, i suoi disciplinari, le sue regole. Applicarle non significa per ciò stesso “mentire”, significa avere cura del nostro interlocutore.

Non tutte le tecniche sono adatti a tutti i tagli, non esiste una cottura che vada bene per tutto, né esistono palati disposti a tutto in nome del dio dell’Autenticità.

Non esiste un unico modo di dire la verità, nè scegliere un modo piuttosto che un altro significa necessariamente alterarla.
Saper applicare le tecniche di comunicazione non è mentire, è avere cura del commensale invitato a ingollare quel maledetto pezzo di carne stopposa. Assicurarsi che non ci siano tossine-giudizio poi è il minimo, se di verità si sta discutendo.

Il giudizio è un condimento, se non richiesto, se cattivo, è bene che resti fuori dal piatto.

Le persone spesso si trincerano dietro allo scudo della sincerità mostrandosi paladini della verità vantandosi di non essere inclini ad edulcorare la pillola, di non essere inclini a “trattare” la carne-verità prima di servirla. Ma non sono affatto certa che poi questi stessi paladini apprezzino ricevere lo stesso piatto. Fanno i paladini con lo stomaco (per non dire culo) degli altri.

Io sono arrivata a pensare che saper comunicare equivale a servire in maniera adeguata il taglio di carne di cui si dispone, pregiato o di terza scelta che sia. E l’adeguatezza della presentazione di alcune verità-carne dipende tanto dal taglio, tanto dal destinatario.

Ad un bambino non servi la tartare, servi un hamburger fatto e cotto bene, senza tossine. Ketchup a parte, con moderazione.

L’hamburger al posto della tartare non è una bugia. Mentire, è tutt’un’altra cosa: è far passare il tofu per carne! Questo è mentire.

Standard
sandman-netflix-recensione-serie-tv
Cinema - Libri - Musica

The Sandman

Erano anni che noi estimatori di The Sandman di Neil Gaiman aspettavamo questa serie, fantasticavamo su quale attore avrebbe potuto interpretare chi e come. Siamo stati alla fine esauditi.

Per rinfrescarmi la memoria quel tanto che basta prima della visione, a Luglio mi sono fatta leggere i primi 3 atti di The Sandman da Alexa (non sono ancora emotivamente pronta per riprendere in mano i libri), poi mi sono tuffata nella serie Netflix di The Sandman, sforzandomi per quanto possibile di non vederla tutta in un giorno.

Della versione audiolibro di Sandman (disponibile su Audible) l’unica cosa che non mi è piaciuta è stata la voce di Desiderio, troppo sbilanciata sul versante maschile per un’entità che è maschile/femminile in egual misura. Per il resto, tutto perfetto, incluso reclutare David Chevalier come voce di Loki (anche se in un universo narrativo completamente diverso da quello Marvel).

La serie Netflix di The Sandman invece per me si prende voti positivi su tutta la linea, a partire dal casting.

In tutta onestà, non capisco chi è rimasto scontento di alcune scelte fatte sul casting e sull’adattamento della storia, soprattutto considerata la supervisione di Gaiman stesso su ogni scelta.

I cambi che sono stati fatti rispetto all’opera originale (incluso il cambio di colore o sesso di diversi personaggi, Death e Lucienne in prima linea) sono per me giusti, soprattutto per la scelta di dare uguale spazio tra i protagonisti principali (vedi Death, Rose Walker) a soggetti di colore. Una scelta diversa avrebbe generato in me maggiore stridore: ormai è l’assenza di diversità che risulta sbagliata e fuori luogo nelle scelte di casting, non l’optare per attori di diverse etnie per parti originariemente pensate con tratti “caucasici”.

Anche gli adattamenti della storia per lo schermo sono stati giusti, a mio modesto modo di vedere. L’episodio 24 ore nella versione originale sarebbe stato troppo disturbante, ed un conto è, da lettore, decidere di non soffermarti troppo su certi dettagli più cruenti, se il tuo cuore/stomaco non ce la fa, altro è essere uno spettatore, per definizione passivo, davanti ad immagini che ti si stamperebbero in testa per sempre senza possibilità di ritrarti. Stesso dicasi per le potature e modifiche alle storie/personaggi di contorno che non hanno intaccato la trama principale di sviluppo degli eventi (diciamolo: dare più spazio a Barbie sarebbe stata una noia mortale!).

Ma io non sono un critico cinematografico né di fumetti come coloro che hanno espresso le proprie remore sulle discrepanze tra la serie e l’opera originale, per cui la mia resta solo l’opinione di parte di chi è semplicemente innamorata dell’opera originale e di Gaiman in particolare.

Death

Tuttavia, davvero, non capisco le molte critiche sono state mosse contro la scelta del volto dato a Death.
Io resto dell’idea che qualsiasi viso dato a Death che fosse stato “somigliante” con una delle Death apparse nei vari numeri, avrebbe lasciato scontento chi era più affezionato (leggi innamorato) di questa o quell’altra visione, della “Vera Death”. Ed io sarei stata la prima delle scontente.
Scelta giusta ed azzecata, per me, darle una connotazione del tutto inedita e differente rispetto al fumetto, a ricordarci che il fascino di Death è nel suo atteggiamento verso la vita, nell’espressione del suo viso e nella dolcezza dei suoi occhi. Death è principalmente il suo opposto, è il senso della vita, inafferrabile e a portata di mano allo stesso tempo. Tuttavia mi aspetto che dalla seconda stagione oltre all’Ankh, Death sfoggi anche il suo caratteristico trucco degli occhi.

I gemelli, Desiderio e Disperazione, perfetti. Inizialmente ero un po’ delusa del fatto che Disperazione apparisse vestita, ma, ad essere onesti il cardigan che le hanno fatto indossare esprime maggiormente il suo essere Despair senza creare uno stigma bodynegative che invece sarebbe passato attraverso la nudità tipica del personaggio originale. Desiderio: ipersuper. L’unico pronome con cui si può parlare di chi lǝ interpreta è rigorosamente il neutro, come il personaggio che interpreta. Scelta assolutamente perfetta (pare che Mason Alexander-Park si sia auto-prpostǝ per interpretare Desiderio, ed ha fatto dannatamente benea farlo). Davvero un’ottima interpretazione per quanto la sua apparizione sia stata breve e fugace. I suoi costumi fantastici. Lǝ ami e lǝ detesti contemporaneamente. Non si poteva chiedere di meglio per Desire.

Desiderio


Lucifero: unica nota dolente della serie: il pessimo outfit e l’orrida scelta di acconciatura di Lucifero. A parte questo, nulla da dire su Gwendolyn: è stata fantastica. L’avrei resa più androgina, più seducente, ma va bene lo stesso. Sia perché non mi va di contraddire la Stella del Mattino, sia perché, a ben pensarci, quella configurazione “algida” e inafferrabile starà meglio addosso agli altri due angeli che finiranno all’Inferno più in la nella storia. Assolutamente giusta la scelta di sostituire Choronzon con Lucifero nel duello contro Morfeo: Fanculo l’anonimo Duca degli inferi! Viva la portatrice di Luce, Gwen!

Lucifero


E infine lui, Dream

Morfeo

Un Sogno. Alieno e umano al tempo stesso. Un adolescente vecchio milioni di anni granitico nei suoi principi, ferreo nei suoi ideali e convinzioni.
Tom Sturridge è decisamente nato per questo ruolo. Lo ameremo sempre e per sempre per questo ruolo pur augurandogli numerosi altri successi come attore.
Azzeccata la scelta di non renderlo pallido (del colore delle ossa) sullo schermo come anche quella di dargli occhi reali e non della forma di due stelle in pozze di oscurità, se non quando davvero incazzato, nella sua veste di Signore degli Incubi più che dei Sogni.

Per le prossime stagioni mi aspetto, oltre alla fedeltà alla trama degli episodi ancora da raccontare (con i giusti cambi che saprà decidere Neil Gaiman) che ci si racconti qualcosa di più (e meno frammentato) del fratello Prodigo e dell’evoluzione di Del rispetto a quello che sappiamo già dall’opera originale e annessi spin-off. Lo so, Neil, che c’è le hai in testa queste storie nella loro interezza, che sono da tempo nella biblioteca di Lucienne… Rendicene partecipi. ❤️

Standard
Cinema - Libri - Musica

Ho visto, ho fatto, ho letto (marzo 2022)

Una rassegna veloce veloce, due parole annotate al volo sul mio quaderno, a caldo dopo la lettura/visione, che posto un po’ in ritardo, per i motivi che vi dirò!

***

Ho visto (su Prime) LOL2 ed eleggo e confermo il Mago Forest come uno dei miei comici preferiti in assoluto. Sulla scia dell’entusiasmo per la serie ma anche conscia del fatto che il senso dell’umorismo è necessariamente legato strettamente al territorio ed alla cultura, ho provato a vedere LoL tedesco. Ve lo dico: Una tortura cinese! Creava proprio disagio e fastidio fisico la visione. Battute quasi inesistenti (non poco comprensibili ad un pubblico di diversa cultura, proprio inesistenti) e comicità (?) incomprensibile, fatta più che altro di smorfie e sforzo di non ridere (per cosa poi non è dato saperlo). Mi sono vergognata per i protagonisti e sentita male per i connazionali emigrati in Germania che evidentemente non hanno un intrattenimento comico decente sulla TV nazionale.

Si becca un “NI” anche Tolo Tolo. Non sono riuscita a finire di vederlo (per questo non mi azzardo a dare un NO definitivo), e mi ci son messa con la buona volontà almeno 3 volte. Niente, non mi arriva, non mi prende, e parlo da persona che stima e trova divertente la comicità “plurilivello” di Checco Zalone. Ma Tolo Tolo, non mi ha convinta (non ho cmq finito di vederlo, quindi… chissà se rivedrò il mio giudizio!).

Ho finalmente visto Spiderman No way Home e l’ho amato tantissimissimo. Al di là dell’affetto che si prova normalmente per Spiderman e per Tom Holland (e Zendaya) in particolare, è stato molto commovente la comparsa degli altri Spiderman, Tobey Maguire in particolare, vederli insieme a parlare dei loro film multiversi. Molto, molto carino e godibile, una bella storia a prescindere dall’MCU in generale e che in fin dei conti è fruibile anche da chi non ha seguito tutte le vicende degli Avengers ed è rimasto affettivamente legato agli Spiderman della Sony!

Ho anche visto, sempre su Prime, Il Riccio, adattamento cinematografico de

L’eleganza del Riccio. Non avevo mai letto il libro e non sapevo bene di cosa parlasse. Davvero molto bello e toccante. Il finale mi ha commossa. Assolutamente da vedere ma magari non se vi sentite particolarmente depressi o sfiduciati verso la vita, che non si sa mai! Se capiterà sicuramente vorrò leggere (più probabilmente ascoltare) il libro. Non vi racconto nulla della trama per non togliervi alcun piacere nella lettura/visione, nel caso in cui non ne sappiate nulla, come me!

Ho audioascoltato invece L’Uomo che scambiò sua moglie per un cappello, letto su Audible da Pino Insegno (il che rende il tutto ancora più piacevole). Lo volevo leggere da diversi anni: a prescindere dal mio aver intrapreso lo scorso anno il corso di studi in psicologia, è un titolo che mi ha sempre incuriosito. Parla dei casi seguiti dal neurologo e scrittore Oliver Sacks di patologie legate al cervello e alla percezione, patologie senza dubbio invalidanti ma che comunque hanno, nel bene e nel male, una dimensione poetica, ti fanno capire che ci sono tanti modi “non convenzionali” di vivere la vita, e che ci può essere pienezza e senso della vita anche in presenza di patologie gravi e inimmaginabili. Certo, fa molta differenza il contesto culturale e sociale in cui chi è affetto da una qualsiasi patologia vive, gli stimoli a cui può essere esposto… ma queste storie mi danno sempre speranza nella possibilità di trovare un modo, una via di uscita, anche nelle situazioni che sembrano più assurde e disperate.

Vi consiglio un sacco The Place. L’ho visto principalmente per il cast, tra cui Giallini, Papaleo e Mastandrea, e devo dire che mi è piaciuto molto, anche se non sono un’appassionata del genere noir. Lo metto senz’altro nella lista dei film da rivedere senza distrazioni, per poter cogliere meglio alcuni passaggi e gli intrecci delle storie che, inizialmente slegate e indipendenti, alla fine si annodano in un’unica narrazione. Bello. Ho scoperto dopo che si tratta di un adattamento italiano di una serie americana.

The Wife – vivere nell’ombra, anche questo l’ho visto perché la mia attenzione è stata richiamata dai due attori protagonisti (Glen Close e l’Alto Passero di Game of Thrones). Un po’ pesantuccio ma cmq un film che non mi pento di aver visto, per quanto anche per questo occorre essere dell’umore giusto altrimenti si finisce con il sentirsi più appesantiti nell’animo!

E poi ho visto anche Turning Red e la mostra di Klimt a Roma, ma a loro ho dedicato un posto a parte!

E insomma… questo è più o meno quello su cui ho passato il tempo libero a marzo… mentre mi preparavo mentalmente, e fisicamente per la partenza, per una nuova avventura, per una nuova città!

Stay tuned!

Standard
Cinema - Libri - Musica

Red: la mercificazione del corpo di un’adolescente

Iniziamo subito con il mettere le cose in chiaro: alla prima visione non mi è piaciuto, alla 10+ gli riconosco quel qualcosa ma resto incerta sul mio giudizio!

Sarà che l’ho guardato con gli occhi di madre di una bambina che tra qualche anno entrerà nella pubertà, nell’era dei smartphone/social, con tutti i timori annessi e connessi, ma… c’è davvero qualcosa che stride e non so se sia una mia esagerazione, un mio essere costretta in pregiudizi e atteggiamento un po’ “boomer”.

I miei occhi di studente di psicologia al primo anno mi hanno fatto apprezzare la rappresentazione del conflitto che l’adolescente vive nell’affrontare per la prima volta le proprie pulsioni, le sfide del doloroso distacco dai sogni e aspettative dei genitori per dirigersi verso il gruppo dei pari e la costruzione della propria identità separata.

Ma a parte questo (il minimo che ci si poteva aspettare dal team che aveva creato quel piccolo gioiellino che è Inside Out) il film è stato un susseguirsi di momenti WTF (what the f*c#). E la cosa peggiore è che l’ho visto direttamente con mia figlia il giorno dell’uscita senza sapere cosa aspettarmi e ritenendomi fortunata che non stesse proprio capendo tutto quello che accadeva sullo schermo.

Ora togliete il grosso panda rosso puccettoso, cosa resta? Resta una ragazzina il cui corpo è cambiato più in fretta e vistosamente rispetto alle proprie amiche, che vende le foto e video del proprio corpo per far soldi. E infine… Genitori che alla fine accettano il nuovo corpo della propria figlia, capiscono che è una miniera d’oro, e salgono sul carro del merchandising pure loro.

Può darsi, ripeto, che i miei occhi di madre di pre-adolescente mi facciano cogliere principalmente i lati oscuri e pericolosi della narrazione. Può darsi che ormai dall’alto dei miei 40quasi anni inizio ad essere spaventosamente distante dal mondo degli odierni teen-agers e a non sapere dove si ponga l’ago della normalità, ma io sono rimasta allibita.

Per me Red è un grosso scivolone della Disney-Pixar. Avrei preferito un vero sequel di Inside-Out, aspettavo di vedere quella consolle di controllo espansa per la gestione di nuove e più complesse emozioni, e invece… E invece ho visto una ragazzina che nel bagno della scuola mercifica il suo nuovo corpo.

Sono sconcertata. È davvero questa la normalità che vogliamo sdoganare e “positivizzare”. Mancava solo che il panda aprisse il suo profilo su Only Fans ed il quadro sarebbe stato esplicitamente completo.

Voi? Lo avete visto? Che ne pensate? Sto esagerando? Avete figli di 13/14 anni a cui è piaciuto? Raccontatemelo nei commenti. Ho bisogno di altri punti di vista!

Edit dopo la 10+ visione: Mia figlia lo adora, sarà il tema del suo compleanno. Forse sono stata un po’ dura e precipitosa con il mio giudizio ed inizio a voler bene a Panda Mei… ma la paura di portare all’estremo il concetto del “Panda mio, decido io” mi fa ancora rabbrividire… C’è sicuramente il giusto e il sbagliato anche nel voler “guadagnare” con il proprio aspetto, la cosa che mi perplime è il tipo di risonanza che un seme del genere piantato nelle menti dei bambini può avere… posto che spetta comunque ai genitori dare ai figli gli strumenti per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato… fin dove una cosa è giusta e oltre quale punto inizia ad essere di dubbia opportunità… Insomma… a Panda Mei puoi solo voler bene, il turbine di emozioni e carica aggressiva, anche sessuale, che la pervade fa tenerezza nell’ottica del ricordarsi come si è stati… fa paura quando da genitore sai che uno dei tuoi compiti è lasciare che i figli crescano, che non siano più solo ed esclusivamente delle creaturine ingenue ed innocenti. E’ un duro compito e spetta a noi genitori assolverlo!

Standard
Cinema - Libri - Musica

Klimt e la Secessione. La mostra a Palazzo Braschi a Roma ancora per qualche giorno

Prima della ripresa delle lezioni nel secondo semestre ho voluto fare una toccata e fuga a Roma per poter ammirare la mostra di Klimt e altri artisti della Secessione. Klimt è sa sempre uno dei miei artisti preferiti e non potevo lasciarmelo sfuggire. Queste raccolte itineranti sono una grande occasione per poter ammirare in un unico posto opere che altrimenti sarebbero sparse in più Musei, in più città e nazioni. Se non ne avete ancora avuto la possibilità, cercate di prenotare il vostro biglietto prima del 27 marzo, ultimo giorno della mostra.

Io sono tornata a casa con un nuovo, inaspettato, preferito: Ritratto di Signora (uno dei tanti con questo titolo, ma che onestamente non conoscevo). Meno conosciuto rispetta ad altri più famosi ma assolutamente, per me, magnetico. Sembrava venir fuori dalla cornice, sembrava una scultura a tutto tondo più che un quadro. In foto (nè la mia, nè quelle nei cataloghi) non rende l’idea, bisogna vederlo dal vivo. Ma già in foto si nota la maestria con cui il sommo ha riprodotto i brillanti del baraccialetto e dell’anello. Mi ha dato l’impressione che l’omomimo film, o il romanzo di James, siano stati ispirati da quest’opera, ma non ho trovato riferimenti. Se avete info più precise, condividetele pure!

ritratto-di-signora-klimt
braccialetto-ritratto-di-signora-klimt

Standard