Pensavo fosse stronzaggine, invece era depressione

Oggi è la Giornata Mondiale della Salute Mentale, il World Mental Health Day.

Era da tempo che volevo scrivere questo post, che volevo iniziare una serie di post sull’argomento, ed oggi è la giornata giusta, non solo per fare una sorta di coming out, ma anche per sensibilizzare, fosse pure una sola persona, su questo tema

Ho passato un periodo di depressione e… no, non è dipeso (solo) dal Covid e no… non è stato facile e immediato rendermi conto che ero depressa. Non ero triste, non ero pigra, non ero senza forze, non ero irritata, non ero svogliata e demotivata, non ero nemmeno una stronza. Ero Depressa.

E non è stata nemmeno la prima volta che sono stata depressa, ma non ero mai riuscita a dare questo nome alla condizione in cui mi trovavo. Il motivo? Ignoranza della materia ma soprattutto pregiudizio che dall’ignoranza della materia deriva.

Uno degli strumenti che mi ha aiutata ad acquisire consapevolezza e capire che mi trovavo e che mi ero già trovata in passato in uno stato di depressione è stata una pagina Instagram: The Real Depression Project, che ho iniziato a seguire perché “sensibilizzata” da un’amica che ne aveva condiviso un post.

E’ una pagina che si occupa di divulgazione su temi quali ansia, depressione e altri disturbi mentali, cercando non solo di rompere alcuni pregiudizi, ma anche di fornire informazioni utilissime a chi deve affrontare di persona situazioni del genere o si trova a vivere o sostenere una persona con simili problemi.

Eh no, non si è trattato per me di essere ipocondriaca e pensare di avere tutti i sintomi leggendo di questa o quella malattia. Mai e poi mai avrei pensato di poter dire di me che sono (stata) depressa, ma le spunte sulla lista di controllo erano davvero troppe, e soprattutto, andando a ritroso nel tempo, tante cose che non mi spiegavo di me stessa apparivano meno insensate se prese come manifestazione di una depressione minore. E il mio dialogo interiore ipercritico e “tossico” non mi aiutava nè a capirlo, nè ad uscirne.

Pensavo di essere una stronza che a periodi rifugge da tutto e da tutti. Invece, a periodi, ero depressa.

Pensavo di essere, una larva umana, pigra e inconcludente. Ero depressa.

Pensavo di essere arida e apatica, a periodi. Ero depressa.

Pensavo di non essere in grado di controllarmi con il cibo tanto da arrivare a superare i cento chili. Ero depressa.

Per frazioni di millesimi di secondo a volte ho pensato di farla finita, di liberare chi mi stava intoro dal peso della mia presenza. In quelle frazioni di secondo capivo lo stato d’animo di chi ha fatto o tentato il gesto per me più incomprensibile e folle (disperato) di tutti.

Non ne sono completamente uscita, ma la luce in fondo al tunnel la vedo molto bene ed è a pochi passi da me.

Informatevi su questi temi. Imparate la maniera giusta di comunicare con chi ha problemi di ansia e depressione e sensibilizzate gli altri.
Non siate tossici, nè con voi stessi nè con gli altri. Almeno, cercate di non esserlo la maggior parte del tempo e di non perpetrare schemi tossici che magari voi stessi avete subito, sia pure in buona fede.

Prendetevi cura della vostra salute mentale e di quella di chi vi sta attorno. E’ un lavoro duro. Ma occorre farlo.

Buona giornata mondiale della salute mentale.

Due parole su Mimmo Lucano

Quando per fare la cosa giusta devi infrangere la legge, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella legge.

Persone irreprensibili come Gandhi o Martin Luther King sono state messe in prigione a causa della disobbedienza civile e non violenta a leggi che ritenevano (e tutti oggi riteniamo) ingiuste.

Sono perciò portata a dire che Mimmo Lucano si pone sullo stesso piano di questi profeti della non violenza, per il convincimento e la forza con cui ha portato avanti i valori che ritiene giusti e inviolabili.

Spero venga assolto in appello. Ma anche se la condanna dovesse restare immutata, questo non toglie, per me, un briciolo di valore al suo retaggio.

Grazie del tuo coraggio, Mimmo.

Quando un abito è un’opera d’arte

Non so se ci sia una dichiarazione ufficiale su quale sia il messaggio che Kim Kardashian voleva lanciare con il suo outfit. Cercando in rete ho trovato solo interpretazioni leggere.
Io lo trovo però in ogni caso un messaggio molto potente per quel che sta accadendo (di nuovo) in Afghanistan, per l’anonimato e l’invisibilità imposta alle donne.
Se la poesia Invictus potesse prendere la forma di un vestito, per me prenderebbe quella dell’abito (e le forme) della Kardashian in questo momento storico.

“Come mai sa usare Excell? Lei ha fatto il Classico!” E altre cose bislacche sentite durante i colloqui!

Negli ultimi tempi ho mandato diversi CV ad aziende per varie posizioni, e non solo nell’area legale. Data la mia poliedricità e varietà di interessi, penso che all’interno di una azienda di piccole/medie dimensioni possa esprimere meglio le mie capacità e potenzialità.

Peccato che 9 volte su 10 chi si occupa della selezione non ha la formazione adatta a farlo (nella migliore delle ipotesi è uno dei titolari dell’azienda) e/o ha la testa piena di preconcetti e caselle in cui inquadrare le persone in base a determinate etichette.

Certo un CV non dice molto di noi. Ma le gaffes del selezionatore dicono qualcosa di lui/lei, specie a chi ha già esperienza lavorativa, umana ed in particolare anche esperienza nella selezione del personale, che permette di leggere tra le pieghe dei pensieri celati dalle parole.

Ecco alcune cose che mi sono sentita dire (e a cui ho risposto) durante recenti colloqui.

Avvertenza: non si garantisce assunzione rispondendo alla mia stessa maniera!

Il paradosso Classico di Excell

Selezionatore: “Ho letto che sa usare Excell. Come mai? Lei ha fatto il Classico!”

Cle: e perché aver fatto il Classico dovrebbe essere una preclusione all’uso di Excell?

“come ha imparato?”

Da autodidatta, come tutto il resto, compreso l’inglese e sono 10 anni che lavoro con clientela anglofona.

“Ha preso la ECDL?”

No, non mi serviva prenderla, perché le competenze le avevo già tutte da autodidatta.

E se le chiedo come si fa la formula per cercare <nome_a_caso> nel Foglio2?”

Qualsiasi cosa, se non lo so fare, la cerco su Google e imparo come si fa. La prima volta ci metto mezz’ora, le seconda, venti minuti, la decima volta è una seconda lingua!

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Avvocati Scansafatiche

Ho visto che ha lavorato solo in studi legali. Noi non ci troviamo bene con chi proviene dagli studi legali. Sono abituati a lavorare solo sotto scadenza.

Le do ragione per chi lavora principalmente nel contenzioso, dove le pratiche vanno a singhiozzo e c’è un aggiornamento ogni sei mesi se va bene, per cui può esserci questa tendenza, specie se si lavora su poche pratiche. Io mi occupo di consulenza contrattuale da sempre. La vita media delle mie pratiche è di 3 mesi. E per chiuderle in 3 mesi devo lavorare a ritmo serrato su due diligence, trattativa, stesura accordo, esecuzione dell’accordo.

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La pausa ti conviene!

Preferiamo non fare orario continuato ma fare la pausa pranzo lunga. E poi per lei che è donna anche meglio, così mentre è a casa può mettere la lavatrice… … ...

No comment.

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La pausa non ti conviene!

Facciamo orario continuato, dalle 9 alle 18. Nessuno torna a casa a mangiare. Poi qui sono tutti giovani, non hanno impegni familiari.

ok!

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I migliori anni della nostra vita

Ha detto di aver fatto smartworking dal 2015. Come mai ha continuato a fare smartworking anche dopo il 2019 (n.d.C. anno in cui ho cambiato studio legale)?

Inizialmente lavoravo a 90km di distanza dalla sede, per cui mi ci recavo due volte a settimana. Poi son rimasta incinta, ho partorito… poi… il COVID!

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Il marito non l’avevo considerato

Ha qualcuno che la aiuta con i bambini?

Veramente mio marito continuerà in smartworking anche in futuro.

E quindi non ha nessuno?

Blink… Blink… Blink… Blink… Ci sono i nonni (meglio?).

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A tempo perso

In realtà noi cerchiamo una figura con esperienza specifica per questa posizione. E lei (rovistando nel CV) vedo che non ce l’ha.

Mi scusi il mio CV non è stato esaminato prima di convocarmi?

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Ha perso tempo…

Scusami (sic!) per il ritardo (n.d.C.: 45 minuti senza uno straccio di preavviso)

Se fossimo stati a parti invertite io l’avrei rimandata a casa. Ed io, onestamente, mi sono trovata a fare selezione del personale. Cmq ci diamo del TU?

Si, anche se io sono più piccolo…

No, in verità saresti più grande di me di due anni.

Come lo sai?

Ho fatto una visura sull’azienda prima di venire, e so leggere un codice fiscale!

Ah!

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Casomai ti pensi!!!

Comunque in azienda c’è molta competizione, non può aspettarsi che gli altri le dicano cosa bisogna fare!

Non me lo aspetto, infatti. E in generale, dopo poco tempo sono io quella a cui gli altri vanno a chiedere le cose.

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Non è un posto per donne

Qui siamo una famiglia, siamo 11.

(ne ho contati 9, entrando e nell’open space, tutti uomini tranne la receptionist…).

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Non è un posto per Super Donne

Cle: in realtà sto portando avanti un progetto personale, oltre alla libera professione ho deciso di rimettermi a studiare e prendere una seconda laurea.

Selezionatore: Beh, se lavorerà qui non credo proprio che lei possa dedicarsi ad altro, con il lavoro, i bambini, un marito… A meno che lei non sia Wonder Woman…

(E proprio qui casca l’asino! Lo sanno tutti che son WonderCle!)

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to be continued>>>

Di segnali ignorati e bugie raccontate per restare legati ad una scrivania detestabile. (Cap. 2)

Ed eccoci a snocciolare uno per uno i segnali che ho ignorato o a cui ho dato una spiegazione più o meno verosimile se pure in questi anni mi era capitato di porvi attenzione. Nel precedente post vi ho parlato dei pensieri limitanti che mi impedivano di guardare con chiarezza la realtà, e in un altro post vi parlerò degli strumenti che invece mi hanno aiutato a fare chiarezza nella mia vita.

Se anche tu senti che il tuo lavoro o qualsiasi altra situazione nella vita non ti rende al 100% soddisfatto, se non sai bene da che parte penda la bilancia dei pro e contro delle scelte che hai fatto, magari potresti iniziare a fare attenzione anche tu su quale sia il dente dolente su cui batte la tua lingua.

a) Non mi sono mai riconosciuta nel mio gruppo professionale, né avevo piacere nel farne parte.

Una frase che ho spesso pronunciato negli ultimi 10 anni è stata: io non sono un avvocato. Io faccio l’avvocato. Il senso era che vedevo il mio lavoro come un mezzo come un altro per avere una entrata economica, nulla di più. Non era particolarmente importante per me alzare il telefono e presentarmi come “Avvocato” a chi era dall’altro capo. Inoltre, non ho mai sentito alcuna affinità verso i miei colleghi, sentendomi sempre e comunque fuori posto.

Questo sentirmi “ai margini” della professione l’ho giustificato in mille modi: nei primi anni ci vedevo l’umiltà di non paragonarmi a chi aveva più esperienza di me; man mano che acquistavo professionalità, con il fatto che, diversamente dal 98% dei miei ex colleghi, non mi occupavo di contenzioso, ma solo consulenza contrattuale.
Non mi sono accorta che questo era un segnale della direzione sbagliata che avevo intrapreso: sapevo di non riconoscermi nella categoria (avvocato) e la bugia che mi raccontavo per ignorare il segnale era creare una sottocategoria (avvocato d’affari, cit!).

Inoltre non ho mai ammirato gli avvocati-squalo, quelli che difendono i potenti (e/o i cattivi), ingrassando le proprie tasche. Se avessi potuto scegliere (mi dicevo) magari avrei difeso i deboli, ma le circostanze della vita mi avevano portato alla consulenza contrattuale per clienti anglofoni.

b) Ho sempre fatto fatica ad immaginarmi a lavorare fino alla vecchiaia come avvocato

Questo è stato un segnale difficile da riconoscere. Ho sempre spiegato la mia difficoltà nell’immaginarmi “da qui a 5 anni” o “da qui a 10 anni” con la mia difficoltà in generale ad immaginare le cose, e a fare grandi progetti.

La stessa difficoltà la incontravo quando provavo a fare esercizi di visualizzazione, come ad esempio immaginare la “giornata ideale”, finalizzata a cercare di avvicinarci quanto più possibile, con le azioni di ogni giorno, a quell’ideale. Quanto può essere difficile, magari vi chiederete? Beh, da persona tendente al razionale che sono, la giornata ideale ha comunque una base di realtà e di possibilismo, il mio intento era immaginarla nell’ambito della mia realtà familiare e lavorativa, cercando di immaginare lo svolgimento migliore e più gratificante possibile, sia sul piano lavorativo che personale/familiare. E’ molto facile immaginarsi in una palafitta in Polinesia, con un libro in una mano e un mocktail nell’altra, meno facile immaginare la migliore versione di noi partendo dal concreto, se quel concreto ha una premessa sbagliata.

La verità è che la premessa di partenza in cui piantavo le radici della concretezza per immaginare il mio futuro ideale era per me sbagliata, con il risultato che ogni possibile scenario futuro aveva contorni fumosi e un aspetto per nulla allettante per me.

Mi era impossibile immaginare una “giornata tipo” ideale partendo dalla mia situazione lavorativa attuale (lavorare come avvocato, per giunta in uno studio legale non mio e nei cui valori non mi riconoscevo). Gira e rigira ne uscivo sempre con un senso di insoddisfazione e frustrazione, la percezione che nulla sarebbe mai migliorato e che sarei rimasta in gabbia a vita. I giorni mi si paravano davanti tutti uguali, tutti mediocri, tutti per la gran parte spesi a fare un lavoro che detestavo, arricchendo una persona che non lo meritava particolarmente invece che me stessa, per poi ricacciare nelle poche ore residue famiglia, crescita personale, hobby…

Stessa cosa se mi immaginavo a vincere un concorso o una selezione nel privato: una scrivania valeva l’altra, un’azienda valeva l’altra, una PA valeva l’altra (e neanche tanto considerato che con i concorsi nazionali non sai dove vai a finire). Avrei continuato a fare un lavoro in cui non mi sarei mai sentita appieno realizzata nè valorizzata, per cui l’unico vantaggio era lo stipendio a fine mese ma per cui mi sarei sempre sentita inadeguata, monca e fuori posto.

Di contro, appena ho capito davvero quale era il mio vero campo d’elezione, quello per cui sono davvero portata, appena mi è tornato in mente il ricordo di quella pagina di piano di studi per cui mi brillavano gli occhi, il blocco dell’immaginazione si è sciolto come una pastiglia effervescente in un bicchiere d’acqua e magicamente mi sono scoperta capace di immaginare un futuro desiderabile ed un lavoro che avrei potuto fare, con mille sfaccettature, con piena soddisfazione, fino a 99 anni.

c) Nella mia libreria i libri giuridici si contano sulle dita di una mano

Questa è una cosa che ho in verità sempre notato e su cui ho sempre scherzato. Lo vedevo come un modo per sottolineare che 1) avevo studiato su manuali di copisteria e anche per fortuna visto che nel frattempo era cambiato tutto; 2) ho una miriade di interessi personali diversi da quelli afferenti al mio lavoro (un pregio, per me); 3) la maggior parte delle informazioni (le leggi e le sentenze aggiornate) necessarie alla professione possono trovarsi comodamente in digitale più che in formato cartaceo (che dopo 12/24 mesi son già superate!).

La verità che mi nascondevo con queste razionalizzazioni era che in fin dei conti la passione per il mio campo di studi io non l’ho mai avuta, ed è forse anche la spiegazione del motivo per cui nessun professore, nonostante fossi una studentessa disciplinata e diligente, mi ha mai proposto di fare la tesi con lui/lei. Cosa che, invece, vedevo succedere abbastanza frequentemente ad altri compagni di studi, ma mai a me. Onestamente non me lo spiegavo, non riuscivo a capire su quali basi un prof proponesse ad uno studente di fare la tesi anche prima dell’ultimo anno, se non sulla base del rendimento all’esame o alla partecipazione alle lezioni (cose in cui non deficitavo).
Probabilmente i prof non vedevano in me quel luccichio negli occhi della passione per la materia. Ero una dei tanti che, sebbene lo negasse a sé stessa, aveva ripiegato su Giurisprudenza per assenza di alternative.

d) Non ho mai provato interesse per casi mediatici nè per legal drama.

Fa il paio con il punto precedente e lo chiarisce. A differenza di molti miei colleghi ma anche di persone comuni, non ho mai provato alcun tipo di interesse per i casi mediatici (es. Cogne, Garlasco), non li seguivo così come non seguivo le trasmissioni di tipo legale, come un Giorno in Pretura. Peggio ancora con serie TV come Perry Mason o semplicemente Law and Order. Li ho sempre trovati non interessanti per me. Liquidavo questa mancanza di interesse con un “ma io sono civilista, il penale non mi piace“, ma anche nelle serie TV legal che mi piacevano, di stampo civile/contrattuale (vedi Suits o The Good Wife) la parte dei processi era quella per me più noiosa. Altra bugia che mi raccontavo era che nel tempo libero non mi andava di ascoltare altra roba legale.

Se mi fossi vista dall’esterno e con lucidità, magari avrei avuto di me l’immediata percezione che ebbi con un ex fidanzato di una mia cara amica, faceva il cuoco ma a casa non cucinava mai, né per se stesso, né per la compagna, né tanto meno per gli amici. Capii in un baleno che aveva scelto di fare l’alberghiero per poter fare un mestiere che gli garantisse uno stipendio a fine mese ma non aveva alcuna passione per la Cucina e il suo lavoro. L’ho capito anche di me stessa già dopo i primi anni di attività professionale, ma ci sono rimasta invischiata per i fattori limitanti di cui vi ho raccontato nel precedente post.

e) Non ho mai desiderato emulare un avvocato di successo.

Nella mia vita diverse volte mi è capitato di provare ammirazione per qualcuno e pensare “ecco! io voglio fare questo nella vita mia” ma mai rivolto ad un avvocato e meno che mai a qualcuno che lavorasse nell’ambito legale o nella PA. Se pure ho rivolto questo senso di ammirazione verso un avvocato, non era per l’esercizio della professione in sé (es, se ascoltavo una lectio magistralis, non era la qualità “avvocato” ad ispirarmi, ma il carisma, la bravura nell’insegnare, ecc…
Quando vedevo miei amici o coetanei eccellere in questo o quello studio legale o vincere questo o quel concorso, non provavo nemmeno “invidia” (sana) nè voglia di tentare di fare anche io lo stesso. Anzi, per quelli che lavorano nella PA ho spesso provato un senso di disorientamento all’idea di ambire a quello stesso lavoro per me stessa.

A causa di questa assenza di desiderio di imitazione, ho pensato per tanto tempo di non essere una persona ambiziosa, facendomene ora un vanto ora una colpa a seconda dei contesti; addirittura sono arrivata a pensare di essere una scansafatiche per non voler mettere più impegno per inseguire questa o quella aspirazione fino in fondo, ma la verità resta quella descritta più su: l’ambizione non c’era semplicemente perchè la premessa di partenza (lavorare nell’ambito giuridico) era sbagliata.

f) Mi sono sempre sentita fuori posto

Sia negli anni in cui ho fatto pratica all’Avvocatura dello Stato sia in quelli in cui ho lavorato in uno studio professionale privato (e peggio ancora, durante il dottorato), mi sono sempre sentita goffa e fuori posto. Imputavo questo sentirmi a disagio alla mia “estrazione sociale”, al fatto che provenissi da un paesino di campagna di una diversa provincia e non dalla città; al fatto che non avessi nella mia famiglia alcun professionista a cui fare riferimento o che mi facesse sentire un pochino familiare il mio ambiente di lavoro. Anche qui, credevo che la causa risiedesse altrove e non nel fatto che galleggiavo in acque che non erano mie, anche dopo averci galleggiato per diversi anni.

g) Ho sempre avuto un debole per le storie di chi ha mollato tutto sulla soglia dei 40 anni ed ha intrapreso una nuova strada.

Questo la dice lunga su quello che la pancia mi suggeriva di fare: non continuare a forzarmi per rimanere sul sentiero che avevo imboccato a 18 anni, ma dare ascolto alla vocina che mi suggeriva di volgere lo sguardo altrove.

Altrove… ma dove?

Quale è la nuova strada che sto per intraprendere?

Lo scoprirerete restando sintonizzati.

Spoiler: non ha a che fare con la cucina!

Di segnali ignorati e bugie raccontate per restare legati ad una scrivania detestabile. (Cap. 1)

Quante volte avete sentito un amico o un’amica che è statǝ traditǝ dal partner dire, con il senno di poi “avrei dovuto capirlo prima, ma… ho ignorato tutti i segnali“. A me è successa la stessa cosa ma in campo lavorativo/professionale (tranquilli, nessun tradimento!). E così come accade per i campanelli d’allarme nelle relazioni, alcuni segnali li ho coscientemente ignorati, razionalizzando o facendomi andare bene la situazione, trovandone addirittura il lato positivo, altri si sono mostrati nella loro chiarezza solo dopo aver finalmente ammesso a me stessa che era tempo per me di cambiare strada.

Sin dall’inizio del mio percorso di studi e soprattutto della mia vita professionale ho ricevuto miriadi di segnali che mi dicevano che non avevo intrapreso la strada più giusta per me, segnali che ho ignorato, fatto finta di non vedere, a cui ho dato giustificazioni errate, fino a che non si sono tradotti in vera e propria sofferenza ed insofferenza psicologica, sofferenza e malessere peggiorati dal fatto di lavorare in un modo ed in contesto per me non congeniali.

Come tanti studenti, il mio percorso universitario è stato frutto di una scelta “pilotata” dall’esterno, non tanto in base alle mie reali inclinazioni (che magari a 18 anni non erano forse nemmeno così chiare e visibili) quanto a quello che sembrava più conveniente lavoristicamente parlando: una laurea in giurisprudenza quanto meno avrebbe facilitato l’accesso ai concorsi nella PA se proprio non avessi trovato la mia affermazione come libera professionista. E il primo segnale che forse non avevo né la maturità né il coraggio di cogliere, mi venne proprio dallo studio del “manuale di orientamento”. Spulciando i piani di studi delle varie facoltà l’occhio mi cadeva sempre su una pagina specifica e non era Giurisprudenza.

Ricordo nitidamente sia quel carezzare “l’altra pagina”, il tornarci dopo aver letto qualsiasi altro piano di studi, sia il leggere tra lo sgomento e lo sbigottimento l’infinita lista di “Diritto_qualcosa” che componeva il piano di studi di Giurisprudenza. Quello sgomento e quel luccichio sono stati i primi segnali che ho ignorato. Mi ero detta che lo sgomento era figlio della mia ignoranza, del non saperne nulla e non avere la minima idea di cosa trattasse la maggior parte delle branche del diritto che mi accingevo a studiare. Il luccichio credevo non contasse, non fosse meritevole di attenzione, e si… belle materie, interessanti… ma poi? cosa faccio? Meglio Giurisprudenza, apre la porta per i concorsi…(così dicono).

Per lungo tempo, diciamo sino alla laurea, non ho avuto modo di percepire altri segnali e, anzi, ero quasi convinta che avessi fatto tutto sommato una scelta giusta. Ho sempre avuto uno spiccato senso della giustizia (come se fare l’avvocato centri qualcosa con esso). Però sapevo dentro di me che non stavo inseguendo nè una vocazione, nè una passione, per cui il patto che avevo stretto con me stessa era quello di non rinunciare con gli studi di legge a coltivare i molteplici altri miei interessi (e ricordo bene anche il punto in cui camminando lo avevo giurato a me stessa, lì, nel mio paese natale, a San Marzano di San Giuseppe).

C’è un altro fattore da considerare in questa iniziale “sordità” ai segnali, che immagino possa trarre in inganno qualsiasi studente disciplinato che non mi ha consentito di effettuare un riesame precoce della mia scelta. Sto parlando dei buoni risultati che conseguivo con lo studio.

Se fossi stata una scapocchiona o una cattiva studente, eternamente fuori corso o che ha tentato l’esame di stato decine di volte, magari la lampadina dell’aver intrapreso la strada sbagliata si sarebbe accesa prima. Invece non solo avevo passato l’esame di abilitazione al primo tentativo, ma avevo vinto anche un dottorato, una premio per la mia tesi di laurea… insomma… cose che non ti accadono se non sei “portato” per una certa materia o professione.

La verità è che quello per cui sono sempre stata portata è stato lo studio, mosso dalla curiosità e in larga parte dal senso di responsabilità.

Essere un bravo studente non equivale a essere un eccellente ed ispirato professionista, e di esempi ne è pieno il mondo.

E dopo aver iniziato a lavorare, è stato solo il senso di responsabilità a farmi portare a termine i miei impegni lavorativi, con i clienti e con lo studio, non certo l’amore o la passione per il mio lavoro (che detestavo). Trovavo gratificazione nell’aiutare le persone a risolvere un problema contingente, non nel mio lavoro. Senso di responsabilità non è uguale a fare il lavoro per cui siamo tagliati. Sentirsi contenti per aver aiutato qualcuno, non significa amare il proprio lavoro

Per usare terminologia un po’ più tecnica, ero e mi trovo nella mia zona di competenza, magari ci sarei potuta rimanere se non fosse che restarci mi sta accompagnando in uno stadio di depressione alimentata da senso di inadeguatezza e senso di colpa, nel fare un lavoro per cui non mi spendo al 100% delle mie potenzialità e per cui ogni giorno faccio una fatica immane per restare concentrata e motivata.

Dedicherò altro post agli strumenti che mi hanno aiutata ad aprire gli occhi e a mettere a fuoco i miei veri valori e desideri. Ora mi voglio soffermare su cosa mi ha fatto tenere gli occhi chiusi per così tanto tempo.

Con il passare del tempo, mentre via via si delineava e insinuava in me il disamore per la la professione che svolgevo, due sono stati i principali fattori che mi hanno portato a chiudere gli occhi davanti all’evidenza per tanti anni e a tirare dritto:

  1. I sacrifici fatti dalla mia famiglia e da me stessa per farmi studiare e conseguire il titolo.
  2. La convinzione che fosse tardi per cambiare rotta.

Sicuramente sono due pensieri limitanti comuni a molti, ed è anche per questo che ritengo importante parlarne prima di ogni altra cosa. E, diciamolo, non sono fattori dissimili da quelli che condizionano chi “decide” di non vedere i segni di un tradimento o di un matrimonio fallito, come nell’esempio fatto in apertura del post.

Ho notato che anche tra i miei amici e colleghi insoddisfatti del lavoro e/o demotivati dall’assenza di gratificazione economica, molto spesso il freno più forte che li trattiene dal decidere di cambiare completamente rotta resta quello dei sacrifici fatti dalla famiglia per mantenerti 5+ anni all’università. Come dire alla propria famiglia che si butta tutto alle ortiche? Il massimo della decisione “coraggiosa” (o forzata dalla necessità) tra gli avvocati ed ex avvocati che vogliono appendere la toga al chiodo è quella di buttarsi sui concorsi pubblici, e l’ho fatto anche io. Ma proprio studiare per i concorsi, proprio la fatica che mi costava studiare materie per cui non nutrivo interesse, mi ha fatto chiedere se la via che stavo per intraprendere (concorsi nella PA) sarebbe stata la più giusta per me. La risposta diventava sempre più nitida, ad ogni concorso tentato: NO.

E recentemente mi sono proprio ritrovata ad osservarmi sperare allo stesso tempo di passare e non passare un concorso nella PA. Speravo di passarlo per la vicinanza del posto di lavoro alla mia casa, per il mitologico stipendio a fine mese, per l’assenza di obblighi e spese legate alla libera professione… Speravo con la stessa forza di non passarlo, perché avrei continuato a sentirmi inadeguata e invischiata in mansioni e ambiti che detesto. Leggevo le domande del questionario di fronte a me e mi ripetevo: ma che c@##o me ne frega di sta roba…

Forse posso permettermi il lusso di sperare di non passare un concorso (e forse autosabotarmi) perché non è del mio stipendio che vive la mia famiglia. Ma questo è un altro discorso e merita un approfondimento a parte. L’unica cosa allettante del posto fisso nella PA sarebbe lo stipendio a fine mese (e scusate se è poco!!!). Un ottimo elemento motivatore in teoria e anche in pratica, ma poco efficace per un cervello che ha capito che l’ambito giuridico non è il suo ambiente d’elezione e fa a cazzotti sonanti con l’idea di lavorare in un contesto che non le è congeniale.

Il giro di boa è accaduto a dicembre dell’anno scorso, quando ho finalmente maturato la decisione di cancellarmi dall’albo, dato che non svolgo attività di tipo contenzioso, ma solo consulenza contrattuale (per cui non è al momento obbligatoria l’iscrizione all’albo).

A dire il vero mi ero già prefissata di fare un bilancio entro il 2020 per decidere se mantenere l’iscrizione o meno.

Quello che non era in programma era la chiarezza mentale che sarebbe scaturita da questa decisione di pura convenienza economica.

Quella che era banalmente una decisione dettata solo da ragioni economiche (iscrizione all’albo = costi considerevoli per la Cassa di Previdenza) è stata in realtà una benedizione, l’evento che finalmente ha squarciato il velo delle bugie che mi stavo raccontando, la goccia che ha fatto traboccare il vaso della Epifania Joyciana.

L’effetto benefico non è stato solo economico ma soprattutto psicologico: non ero più parte di una cricca di cui facevo fatica a sentirmi parte. Lasciato per terra questo macigno della “definizione formale”, pian piano la foschia che avevo davanti agli occhi si è dissipata lasciandomi guardare con maggiore chiarezza intorno e cogliere tutti quei segnali che avevo ignorato.

E’ stato come indossare un paio di occhiali con la correzione giusta di miopia+astigmatismo, invece che una ipercorrezione della miopia, che ti fa vedere le cose solo apparentemente bene, ma che in realtà affatica inutilmente la vista (storia vera!).

Vuoi sapere quali sono stati i segnali che ho ignorato e le bugie che mi sono raccontata in questi 10 anni? Ci vediamo nel prossimo post!

E tu? Senti di aver intrapreso la strada giusta per te? Pensi sia troppo tardi per inseguire un altro sogno? Scrivilo nei commenti.