Cinema e Film

Giorni e Nuvole (ovvero Donne e Uomini)

Dato il mio raffreddore oggi mi sono concessa la visione di questo film di Silvio Soldini, con Margherita Buy e Antonio Albanese. Bello anche se per certi versi “doloroso”, sopratutto per chi, alcune di quelle circostanze le ha in qualche modo vissute.

Il film affronta il tema della perdita del lavoro, anzi di un lavoro prestigioso e del conseguente ridimensionamento del tenore di vita.

Lui Antonio Albanese ex dirigente, fatto fuori dalla sua società perché dalle idee poco competitive (non utili all’altro socio che di famiglie da mantenere ne ha due!) nasconde per due mesi alla moglie, Margherita Buy, il suo stato di disoccupazione per non turbarla in prossimità della seduta di laurea. Tuttavia i due, anche dopo l’amara confessione continuano per un certo periodo a condurre una vita che non possono più permettersi, per non “sfigurare” con i loro amici.

Ho trovato “surreale” il fatto che la moglie non avesse la minima idea di quali fossero le esigenze economiche della sua casa: quanto costassero il mutuo, la donna delle pulizie, le bollette… Ciò nonostante è proprio lei a prendere in mano la situazione, non ha eccessive difficoltà a rivoluzionare la sua esistenza, anzi manifesta una certa “elasticità mentale” come lei stessa dice nel suo CV. Elsa lascia i lavori di restauro a cui si stava dedicando senza retribuzione alcuna (lo stipendio del marito poteva permetterle questo “lusso” ) e si mette in gioco addirittura con due lavori.

Il marito, Michele, invece passa i giorni a casa, a disertare colloqui di lavoro, ad improvvisarsi imbianchino per far qualche lavoretto nel quartiere… non riesce a reimpostare la sua vita. La perdita del lavoro comporta per lui la perdita della propria identità , nonché la perdita della cognizione del tempo: le giornate, non essendoci più l’impegno di recarsi in ufficio, passano identiche una all’altra, tutte all’insegna dell’inerzia e dell’apatia, quest’uomo non riesce nemmeno ad essere d’aiuto in casa, anzi finisce con il renderla uno schifo.

E’ difficile per una donna tornare a casa dopo una “doppia giornata” di lavoro e ritrovarsi in un porcile, nonostante il marito “temporaneamente casalingo”. Ma probabilmente è altrettanto difficile per un uomo perdere la propria atavica funzione all’interno della famiglia: “portare il pane a casa”, probabilmente è questo a renderlo depresso ed incapace di reagire.

La domanda che rimane sospesa in aria davanti a queste scene è: siamo il lavoro che facciamo? Perdere il lavoro significa perdere se stessi e la propria identità?
Dal lavoro effettivamente dipende il tenore di vita che una persona conduce, ed è la vita che conduciamo a caratterizzarci in fin dei conti, ma bisogna vivere per lavorare o lavorare per vivere?
Ma c’è un altro aspetto che emerge e mi spinge a chiedermi perché gli uomini sono così spaventati ed impotenti di fronte ai cambiamenti? Immaginate un uomo di fronte a queste notizie: Avere un figlio… cambiare lavoro… cambiare città… …Significano una sola cosa: Panico!
Non avrei mai pensato di citarlo ma ha ragione Ligabue: le donne (invece) lo sanno cosa fare: una gravidanza? c’è una decisione da prendere e la si deve prendere per forza ed in tempo! Cambiare lavoro? è dura ma ci si organizza… Cambiare città…idem!

Davanti ad un bivio gli uomini si siedono ed aspettano non si sa bene cosa, aspettano qualcuno che passi da lì, che li tiri per un braccio e mostri loro la via. Loro aspettano, fino a che un qualche loro compare non arrivi in quello stesso punto e dica “Quando son passato io da qua ho preso la strada a destra, vai a destra…”.
Insomma diventa difficile prendere una decisione… mi chiedo perché? Un’avversità imprevista diventa un fallimento e motivo di depressione perché si è in qualche modo perso il controllo della situazione.
Di fronte ad una avversità invece le donne sono lì a pensare ad una soluzione, spesso prima che il problema stesso si presenti! Forse questa propensione al “problem solving” è dovuta al fatto che le donne da relativamente pochi decenni hanno la possibilità di prendere decisioni per se stesse e la loro famiglia, perciò non vedono l’ora di mettersi in gioco come “strateghe”, tanto che a volte i casini se li vanno a cercare pur di “controllare gli eventi”!

Chiudendo… questo film probabilmente mi ha colpito da un lato perché è stato come un dejavù, dall’altro perché c’è stato il lieto fine: Michele ha capito che la sua realizzazione come uomo non deriva dal lavoro, ma dall’amore di Elsa e per Elsa. Insieme si può ricominciare da zero, da soli non ha senso.

Forse è questa la chiave di lettura, forse siamo il lavoro che facciamo, ma di sicuro siamo anche la persona che amiamo!

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