Encanto: il talento di Mirabel e spunti di riflessione sulla genitorialità

In maniera del tutto inaspettata devo dire che sono stata rapita dal nuovo film della Disney, Encanto, e come me direi tutti quelli che lo hanno visto e capito.

Se avete figli è possibile che lo stiate vedendo a palla più e più volte ogni pomeriggio o che stiate ascoltando (e magari ballando) decine di volte al giorno Non si nomina Bruno.

Encanto è meraviglioso, a mio avviso, per due principali motivi (se non teniamo conto della musica che da sola regge tutto il film): il primo è l’inclusività. Mi hanno spinta alla prima visione proprio i tanti post condivisi a livello internazionale su quanto importante fosse per i bambini di colore finalmente potersi rivedere e riconoscere nei tratti somatici di personaggi Disney. Non è la prima volta che accade ma è comunque un fenomeno recente e sempre di impatto per un universo fatto principalmente di visi pallidi e chiome bionde fino a non molti anni fa. Persino io, donna bianca occidentale, mi sono per la prima volta riconosciuta in un personaggio Disney tramite Encanto.

Il secondo motivo per cui Encanto sta, secondo me, riscuotendo successo anche tra gli adulti (sempre, al netto della musica) è lo spaccato di genitorialità, tossica e positiva, che offre. La famiglia Madrigal è una grande famiglia matriarcale, in cui la nonna, i figli ed i nipoti vivono tutti sotto lo stesso tetto: non c’è un solo genitore (come negli schemi classici, ad es. il re, la regina defunta, la matrigna…) che nella sua veste di genitore sbaglia o fa le cose saggiamente, ce n’è più di uno e a sua volta si ritrova ad essere anche figlio di Abuela, una nonna che gli anni, le difficoltà e le preoccupazioni hanno reso rigida ed inflessiva.

Come ogni film Disney possiamo intravedere diversi livelli di lettura, per me quello più significativo in questo momento della mia vita è quello degli effetti che un approccio genitoriale positivo o al limite del tossico possa avere su di noi, e di quanto l’amore incondizionato si riveli essere spesso la cura e la soluzione per qualsiasi cosa ci affligga.

Vorrei passare in rassegna alcuni dei personaggi, così ben espressi sia nei loro tratti somatici che caratteriali.

Abuela Alma: Uno dei motivi per cui questo film non è stato compreso da tutti (o magari non alla prima visione) è che non c’è un “cattivo”. Lo schema classico del conflitto che anima la narrazione non è dato dallo scontro del protagonista buono contro l’antagonista cattivo, nè c’è di striscio un personaggio voltafaccia che almeno un po’ fa le veci del cattivo (penso ad Hans di Frozen), piuttosto ciò che va scardinato e “sconfitto” è un approccio negativo alle cose. Questo approccio negativo è il perfezionismo di Alma, il vedere i Talenti dei propri figli e dei propri nipoti solo all’interno del proprio schema mentale, della propria scala di valori e di soppesarli solo in base a questo. Quando Mirabel era ancora potenzialmente capace di esprimere un talento, Alma con lei era amorevole come con tutti i nipoti. Ma dopo che Mirabel crescendo si è discostata dall’ideale e dalle aspettative di Alma, questa l’ha respinta e sopportata a malapena, rendendola il capro espiatorio di tutti i mali e le imperfezioni della famiglia. Il perfezionismo di Alma non è fine a sé stesso: per Alma è il modo per mantenere la sua identità, personale e familiare. Alma vede l’avere standard elevati come l’unico modo per tenere insieme la propria realtà che sente vacillare tutto attorno a sé. Il timore di perdere il proprio ruolo (e quindi di non essere, forse, più accettata dagli altri per quello che si è o si è diventati) la rende cieca ai desideri dei suoi familiari che possano essere diversi dai suoi. E’ questa cecità che fa apparire il suo amore condizionato il “nemico” nella narrazione.

I figli di Abuela: Julieta, Pepa e Bruno.

Julieta: Dei tre figli, diciamolo, è la più fortunata perché meno problematica, se non fosse per il problema di essere lei il genitore dell’unica nipote senza talenti (Mirabel). Julieta è perfettamente centrata tra il suo talento ed il suo ruolo: lei cura con il cibo: qualsiasi cosa abbia preparato con le sue mani guarisce qualsiasi malanno di familiari e compaesani. Che sia di buono o cattivo umore non importa, il suo talento non ne risente e comunque è legato a qualcosa che farebbe in ogni caso: far da mangiare per la famiglia.

Pepa: Pepa influenza il meteo con il suo umore. Talento molto utile in teoria per tutti. Il problema di Pepa è che il suo umore normale, di base, è sull’agitato/irruento andante, le sue fragilità sono sotto gli occhi di tutti ed il suo mood generale richiama spesso la pioggia, ma Abuela preferisce i “cieli tersi”, gli arcobaleni e nessuna nuvola in vista sulla testa della figlia. Pepa è costantemente richiamata all’ordine dalla madre (Abuela) per darsi una regolata (e dare una regolata al meteo) il che non fa che aumentare i suoi stati di ansia e agitazione. La fortuna di Pepa è di aver trovato un marito, Felix, che la ama per quello che è, pioggia o uragani che siano. Un marito che riesce a starle vicino anche quando è burrascosa, senza farglielo pesare, e magari qualche volta dissipare qualche nuvoletta.

Bruno, l’innominabile. Bruno è, per me, il personaggio più commovente della storia, ed il fatto che la sua canzone sia in cima a tutte le classifiche e abbia persino scalzato Let it go di Elsa gli rende la dovuta giustizia. Bruno è il capro espiatorio. Bruno è quello che ha preso la nomea di portare iella ed è la più triste delle condizioni (se pensate a quante persone nel mondo reale decidono di suicidarsi per questo pregiudizio). Bruno è il figlio avvertito come problematico, quello a cui vengono attribuite colpe che non ha e che non ha altro modo di poter esprimere se stesso se non lontano dalla famiglia che non lo comprende, lo fraintende e lo fa sentire strano, non utile, dannoso.
Scoprire come e dove vive Bruno fa male al cuore. Scoprire che si è sacrificato per il bene di Mirabel e non solo perché non ce la faceva più a non esser compreso, è struggente.

I nipoti:

I figli di Pepa: Camilo, Dolores, Antonio: Esteticamente trovo che siano i più belli. Grazie a papà Felix hanno la carnagione più scura e per fortuna hanno avuto talenti utili e apprezzati da Abuela senza che il loro uso richieda un particolare sforzo adattivo per sentirsi utili o accettati.

Le figlie di Julieta: Luisa, Isabela e Mirabel: le figlie di Julieta possono godere di due genitori incoraggianti ed amorevoli (specie nei confronti di Mirabel, che agli occhi della nonna è una grande fonte di preoccupazione e dissimulata vergogna per la sua mancanza di talenti). Tuttavia le aspettative di Abuela nei confronti di Luisa e Isabela sono eccessive e al limite del tossico.

Luisa: Luisa ha il talento della superforza. Per dirla con le parole di mia figlia “è lei la vera WonderWoman”. Come dicevo più su, è la prima volta che mi rivedo in un personaggio Disney e mi rivedo in Luisa, un po’ per la sua fisicità (anche se le superbraccia me le sogno, per mia figlia sono più simile alla Wonder Woman classica, che lei vede naturalmente meno forte di Luisa!), un po’ per la sua fragilità: Luisa teme di perdere la sua identità e il suo valore se mai la sua forza dovesse vacillare. E lo teme perché è questo il messaggio che passa dall’atteggiamento di Abuela: hai valore se hai un Talento, un talento che deve comunque poter essere messo a servizio della famiglia e della comunità (altrimenti diventi come Bruno).

Isabela: è la principessa che deve necessariamente esserci in un film Disney. Sorprendentemente, però, ci viene detto che quel ruolo della principessina perfettina è una gabbia, una maschera indossata solo per fare felice Abuela, per non perdere la sua approvazione, per usare il talento nel modo che lei si aspetta venga usato, pena non essere più apprezzate e amate per ciò che si è o vorrebbe essere. Isabela passa, come Del di Sandman, dall’essere Delizia a essere (quasi) Delirio (agli occhi di Abuela).

Mirabel: Mirabel è la protagonista, quella “senza talento” (anche se sa cantare, ricamare, sostenere e capire gli altri). Mirabel è quella che speciale non è in un contesto in cui tutti lo sono. Mirabel è quella che cerca in ogni situazione di fare del suo meglio per sentirsi meritevole quanto gli altri “più dotati”. Mirabel può contare sull’affetto e l’amore incondizionato dei suoi genitori ma non sull’approvazione della nonna che vede in lei solo un triste promemoria di una cerimonia non svoltasi all’insegna della perfezione, presagio di sventura e fine dell’Encanto.
In altre parole il talento di Mirabel è la resilienza. Una parola che va tanto di moda ultimamente e non la userei se non fosse per il fatto che davvero esprime la sua essenza. Quando l’Encanto svanisce, Mirabel è l’unica che ha sviluppato le qualità per cavarsela nel mondo anche senza l’aiuto di poteri magici.
Mirabel è quella destinata a raccogliere e portare avanti il retaggio della sua famiglia, depurato da una idea tossica di perfezionismo.

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