Caro Diario, crescita personale

Ci voleva la quarantena… (Pensieri dalla quarantena #3)

E niente… ci voleva la quarantena per tirarmi fuori dalla mia comfort zone. Incredibile, ma vero.

E’ più o meno da quando ho aperto il mio blog di cucina (dieci anni a dicembre 2020) che voglio avviare parallelamente un canale di ricette e più o meno l’ho fatto, ma non in maniera costante.

Ultimamente avevo trovato la maniera di postare più videoricette grazie al fatto che applicazioni come Kinemaster e simili mi consentono di lavorare ai video direttamente dal cellulare (e quindi anche a letto, durante le notti insonni causa allattamento e varie ed eventuali generate dai figli).

Ma non era ancora quello che volevo o che avrei voluto per il mio canale YouTube. Volevo metterci la faccia, volevo che la gente potesse riconoscermi e fidarsi di me, non solo della foto della mia ricetta.

Ma rimandavo e rimandavo. Principalmente rimandavo a quando sarei stata più in forma. Mi trinceavo dietro il fatto che se dovevo sistemare me, la cucina e tutto quello che serve per i video non ce la facevo più a filmare prima che mia figlia tornasse dall’asilo. E poi la mia precedente immensa cucina era bellissima ma assolutamente non adatta alle riprese con tutte quelle superfici riflettenti….

Troppo tempo… troppo tempo ci voleva per “aparecchiare tutto”, me compresa… Meglio riprendere solo le mani e lo spazio corrispondente al tagliere, no?

E giù a rimandare.

Poi il trasloco, una cucina dalle piastrelle imbarazzanti e dal colore osceno per il mio incarnato. Una microcucina con appena due piani di appoggio ed il tavolo. Grazie al ripostiglio sono riuscita ad organizzare in maniera abbastanza funzionale tutto il mio armamentario (già Konmerizzato), a riprendere pure a fare videoricette… ma senza metterci “la faccia”. Stavo rimandando ancora ma facendo finta che no!

A ciò si aggiunga la seconda gravidanza che avevo già iniziato in sovrappeso, quindi il mood del posticipare la mia apparizione a “quando torno in forma” era alle stelle. Si… ma quando torno in forma? Mi sono data un termine “entro i 40” (ossia entro due anni, che non posso accelerare più di così per via dell’allattamento che spero di prolungare almeno fino ai 18/24 mesi di Pietro) ma per i progetti che ho in testa per il blog è un tempo troppo lungo.

Rinunciare allora? Giammai!

Poi è arrivata la quarantena e con lei la consapevolezza che chi mi poteva guardare in quel momento era “come me”: a casa, in pigiama, sena trucco, con i bambini per casa… La consapevolezza che non si sarebbe scandalizzato nel vedermi “nature” con prole al seguito a cucinare.

E così è partita, con dei pancakes-non-pancakes fatti in diretta in piagiama con mia figlia e mio figlio nella fascia. Mi sono pure azzardata in un giro al volo dei pancakes.

Glielo dico sempre a mia figlia che lei è la mia forza ma in questa occasione lo ha dimostrato ancora di oiù e in concreto.

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Caro Diario

Pensieri dalla quarantena #2: la mancanza e lo spirito del concorsista

Quello che ci sta mancando di più è ciò che dobbiamo con forza reintrodurre nelle nostre vite al termine della quarantena.

Come per la cosa che ci sta mantenendo sani di mente in isolamento, anche questa cosa è diversa per ciascuno di noi e probabilmente è più di una. Può essere una cosa frivola o oggettivamente importante. Che richiede spesa economica o solo la possibilità di stare fuori e/o con gli altri.

Sarà la prima cosa che faremo non appena sarà possibile farla.

Riabbracciare gli amici, i nonni, scendere per strada, andare a fare colazione in un bar pieno di gente, … Tornare in palestra, tornare ad uscire la sera… Portare i bambini al parco, tornare a scuola… Organizzare una cena, persino tornare nel proprio posto di lavoro.

E cosa potrebbe accadere se nel frattempo si è perso il lavoro o le proprie entrate sono drasticamente ridotte? Pensare a quello che ci manca in questa circostanza è ancora più doloroso soprattutto se richiede spesa economica e lo consideriamo prioritario.

Questo pensiero rende di certo insopportabile e ancora più oscura la quarantena e l’incertezza sulla sua durata.

Onestamente è qualcosa in cui non riesco ad immedesimarmi al 100% in quanto ciò che mi manca di più non richiede grosso sforzo economico, si tratta più di cose conseguibili con poco altro oltre alle proprie braccia e gambe! Ma mi sono immedesimata nella situazione.

Se è un qualcuno a mancarci, apprezziamo la possibilità che ci danno i mezzi di comunucaziobe attuali e pensiamo a quanto sarebbe stato peggio vivere la quarantena ai tempi del Nokia 3210, senza videochiamate e con un numero limitato di messaggi gratis.

Se è un qualcosa e richiede maggiore sforzo, soprattutto in termini economici e a maggior ragione se prevediamo una diminuzione del reddito, per mantenere sanità mentale dovremmo allora guardare a quello che ci manca oggi come un obiettivo da raggiungere nel breve termine subito dopo finita la quarantena, senza farne una fissazione, e senza negarci la possibilità di apprezzare quello che ancora abbiamo. Una meta verso la quale indirizzare gli sforzi, non il chiodo fisso.

Se davvero temiamo di non poterci più permettere il nostro qualcosa nemmeno dopo, magari dovremmo approntare un piano di azione per tornare a fare quello che ci manca moltissimo nel più breve tempo possibile, appena la quarantena sarà finita. Ad esempio reinventarsi sul piano lavorativo, aggiornare le proprie competenze e arricchire il CV.

In molti lamentano che una delle cose peggiori della situazione attuale è l’incertezza della sua durata, tanto più se le si accompagna l’incertezza economica.

Io dico che bisognerebbe avere in questo periodo l’approccio del “concorsista“: i concorsisti (persone che si preparano per i concorsi pubblici, alcuni in maniera seriale) lo sanno bene che tra l’uscita del bando e la selezione vera e propria intercorre un periodo variabile che va da 3 a N mesi.

Che fanno i concorsisti? Alcuni aspettano inermi la data, altri si preparano, pianificano e studiano sin da subito per esser pronti quando la data verrà comunicata. Facile individuare quale dei due approcci porterà maggiori frutti.

Tornando alla quarantena. Non sappiamo quando finirà, ma finirà. Facciamo come il concorsosta diligente, studiamo un piano e iniziamo a fare quel poco o tanto che si può fare per tirarci fuori dalle macerie che questa guerra alla pandemia avrà lasciato dietro di sé.

Non restiamo inermi. Sfruttiamo quella cosa che oggi ci manca come pungolo per tornare in carreggiata. E non è detto che la carreggiata di marcia debba necessariamente essere quella di cui viaggiavamo prima.


Altri pensieri dalla quarantena

Pensieri dalla quarantena #2: la mancanza e lo spirito del concorsista

Quello che ci sta mancando di più è ciò che dobbiamo con forza reintrodurre nelle nostre vite al termine della quarantena. Come per la cosa che ci sta mantenendo sani di mente in isolamento, anche questa cosa è diversa per ciascuno di noi e probabilmente è più di una. Può essere una cosa frivola o… Continue reading Pensieri dalla quarantena #2: la mancanza e lo spirito del concorsista

Pensieri dalla quarantena #1 – La quarantena ti aiuta a fare chiarezza su ciò che conta davvero per te.

Mi fioccano cosi tanti pensieri sulla quarantena che a metterli in ordine e sistemarli ci vuol tempo. Allora preferisco condividerli a spezzoni, poi magari li organizzerò meglio dopo! Oggi mentre facevo la doccia ho fatto questa riflessione. Quello che ci aiuta a non uscire di testa in questo periodo è quello che dobbiamo tenerci stretti… Continue reading Pensieri dalla quarantena #1 – La quarantena ti aiuta a fare chiarezza su ciò che conta davvero per te.

Caro Diario

Pensieri dalla quarantena #1 – La quarantena ti aiuta a fare chiarezza su ciò che conta davvero per te.

Mi fioccano cosi tanti pensieri sulla quarantena che a metterli in ordine e sistemarli ci vuol tempo. Allora preferisco condividerli a spezzoni, poi magari li organizzerò meglio dopo!

Oggi mentre facevo la doccia ho fatto questa riflessione.

Quello che ci aiuta a non uscire di testa in questo periodo è quello che dobbiamo tenerci stretti gelosamente, anche quando tutto questo sarà finito.

Può essere un hobby, il parter, l’animale domestico, le videochiamate a amici e parenti… Cosa è o chi è quella cosa/persona che vi sta rendendo sopportabile o addirittura gradevole lo stare a casa?

Cucinare, cucire, dipingere, corsi online, il vostro stesso lavoro, giardinaggio… yoga, meditare… ognuno di noi ha oppure ha trovato in questi giorni una valvola di sfogo alternativa a qualsiasi cosa si può fare fuori. Questa cosa verosimilmente ci sta preservando la sanità mentale o ci fa stare bene e ci consola nella nostra “prigionia”.

Questa cosa (o persona) se non lo sapevamo già, è imprescindibile e deve (dovrebbe) restare tale anche dopo, a cui dovremmo fare spazio quando fuori si potrà tornare, quando i ritmi lavorativi torneranno serrati, quando trovare il tempo tornerà ad essere una impresa.

Questa cosa dobbiamo riconoscerla e considerarla il nostro caricabatterie anche per il dopo.

Questa cosa è verosimilmente qualcosa di puro ed essenziale perché nelle mille ristrettezze e limitazioni ancora ci è consentita.

Questa cosa è vera ricchezza. Vale la pena esser grati alla quarantena per averci fatto aprire gli occhi o confermare quello che già sapevamo in suo proposito.

Questa cosa è per me la mia famiglia, mio marito, i miei figli.

Questa cosa è per me cucinare.

Questa cosa è per me imparare.

Questa cosa è per me condividere quello che ho appreso.

Queste cose per me non possono e non devono mai mancare per il mio benessere mentale.

Quale è la vostra cosa?

Caro Diario

Come organizzare in maniera davvero intelligente lo smartworking

Come Ti Organizzo

In questi giorni si fa un gran parlare di smartworking e telelavoro a causa del Corona Virus e del periodo di quarantena domiciliare a cui tante persone sono sottoposte. Da persona che lavora da casa da cinque anni ormai (dal 2015), senza essere una freelance, ma anzi, per lungo tempo sottoposta a precisi obiettivi di produttività, è da diverso tempo che volevo dedicare una serie di post al tema del telelavoro e a come organizzare un ufficio in casa in maniera intelligente e produttiva.

Sia pure con le mille difficoltà che questa epidemia porta con sè, se ci lascerà con maggiore consapevolezza sul tema dello smartworking, aprendo magari la strada al suo inserimento in un numero crescente di aziende, non tutto sarà forse perduto!

Alla fine il tele lavoro o smartworking è attuabile per tutte le mansioni per cui è previsto l’uso di un computer e/o telefono e basta…

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Caro Diario, Diario di Madre, MammaCle

Adesso lo so!

(i motivi per cui alcuni genitori sono poco permissivi)

Mia figlia, quattrenne, ha per la prima volta fatto l’esperienza di dormire fuori casa, di sua spontanea volontà. E’ stata una esperienza segnante e rivelatrice. Per me forse più che per lei, devo dirlo.

Innanzi tutto che la richiesta sia pervenuta da lei conferma quello che ho sempre sostenuto, anche in barba a tutto quello che di contro mi è stato detto. Sin dalla nascita mia figlia è sempre stata molto attaccata a me ed io l’ho assecondata (“viziata” direbbe qualcuno) in questo suo bisogno di attaccamento alla mamma, infischiandomene di chi mi diceva che prendeva il vizio, che non le faceva bene e bla bla bla; nella convinzione che, soddisfatto quel bisogno alla giusta età e nel momento in cui lei lo richiedeva, crescendo avrebbe acquistato autonomia e maturità.
E così è stato: all’asilo, nel fare nuovi amici e nuove esperienze mia figlia si mostra aperta, matura, sicura e autonoma, in misura piu che adeguata alla sua età. E anche questa volta, nel decidere di stare qualche giorno a casa degli zii per poter passare più tempo con il suo (unico) cuginetto, ha mostrato di avere la suddetta autonomia e maturità.

La sua richiesta (decisione) mi ha fatto naturalmente piacere sotto mille punti di vista: avrebbe passato del tempo con il cuginetto, l’ho vista “cresciuta”, si sarebbe svagata in un periodo in cui non c’è scuola e a causa del meteo avverso e fratellino appena arrivato non avrei potuto offrirle molto divertimento, …

Dall’altro lato, però, nel non averla a casa, mi sono sentita come se mi mancassero entrambe le braccia. I figli ti succhiano l’energia ma inspiegabilmente ne sono anche la fonte. Brami ore di libertà ma quando non ci sono ti manca l’ossigeno.

Quando una sera mio fratello mi ha chiamata per dirmi che le era scoppiata la malinconia, non ho esitato a mettermi in macchina per andare a riprendere la mia bombola di ossigeno, salvo poi tornare indietro dopo pochi chilometri perché si era tranquillizzata.
Ho inzuppato il cuscino di lacrime quella sera. Per ben 5 minuti mi sono sentita l’essere più inutile della terra. Mia figlia “lontana” e mio figlio di 3 settimane che dormiva avvinghiato al papà. Nel mio cervello in completo tilt non contavo più nulla per nessuno. La virtuale pacca sulla spalla che il fantasma di Maria Montessori mi stava dando per l’eccellente livello di autonomia che avevo saputo dare ai miei figli era irritante e fastidiosa. Fosse stata reale quella mano, l’avrei presa a morsi (altro che Papa Francesco).

Dopo il riavvio del sistema cervello, ho capito, allora, perché tanti genitori non permettono ai loro figli di stare fuori, di prendere la loro strada, di acquistare autonomia anche solo per sbucciarsi la frutta da soli (che a 40 anni è anche ora!!!). Lo fanno per egoismo, paura di soffrire, paura di perdere il proprio ruolo, la propria identità.
L’amore ti rende vulnerabile, si sa. E l’amore più grande in assoluto, quello verso i figli, è quello che ti espone alle ferite più dolorose, evidentemente. E’ un “egoismo di protezione” quello che porta i genitori a tenere i figli con il guinzaglio corto, ma quella protezione va nella direzione sbagliata. E’ un egoismo comprensibile ma non produttivo.
Il bravo genitore allora soffre mentre vede i figli allontanarsi ed acquistare autonomia, ingoia la sofferenza; se ha un autocontrollo eccellente, addirittura potrebbe non vomitare nemmeno una goccia di risentimento, e va avanti fiero del lavoro svolto.

Poi è arrivata un altro tipo di mazzata.

Quando mia figlia è tornata a casa dopo la brevissima vacanza (3 giorni) lì mi è stato chiaro un altro motivo (quasi più convincente) che porta i genitori a negare permessi e libere uscite ai propri figli.

La TABULA RASA che ne consegue sul piano comportamentale.

Giustamente trattata da ospite di riguardo, in una casa dove peraltro manca una “figlia femmina”, mia figlia, già oggetto di mille attenzioni da parte nostra, a cui dall’arrivo del fratellino si sono aggiunte ulteriori cautele per non farla sentire trascurata, ha comunque e giustamente avuto modo di saggiare la differenza che intercorre tra l’essere ospite e l’essere membro di una famiglia, preferendo la condizione di ospite (ci mancherebbe), e dimenticando alcune delle “prassi” che invece a casa i suoi genitori preferirebbero seguisse. Ha addirittura cercato di introdurre altre “consuetudini” che aggravano il carico di lavoro parentale (come ad esempio l’essere accompagnata in bagno, cosa che non accadeva dallo spannolinamento!!!).

Tutto questo mi ha creato un leggero senso di irritazione, specie per il dover pure interpretare negli ultimi giorni il ruolo della Sig.na Rottermeier del cazzo, figura che quando sei ospite non ti si para di certo davanti, rendendole ancora più spiacevole il ritorno a casa.

Ma ciò a cui non ero minimamente preparata è stato altro.

La mia limitata esperienza di madre mi ha “abituata” a che la mia dolce, piccola Jo, dopo le poche ore passate a scuola o dai nonni, mi accogliesse con l’entusiasmo e le braccia larghe di chi non ti vede e attende da settimane.
In macchina, mentre andavamo a riprenderla, immaginavo l’abbraccione che ci saremmo scambiate, magari accompagnato da qualche reciproca lacrimuccia. Anche senza lacrimuccia, via!
Non mi aspettavo di certo di sentirmi dire “ciao mamma! posso dormire anche stanotte dagli zii?“.

Questo mi ha spiazzata. Devo essere onesta.

Questa è stata una dura prova. Lo sarebbe stato pure per Maria Montessori in persona. Sono umana troppo umana, per cui non credo di aver preso un buon voto in pagella dopo questo test e sto ancora ricomponendo i pezzi, ma è come camminare su un tappeto di uova e mattoncini lego: quello che faccio o crea danno o procura dolore.

Naturalmente voglio che mia figlia sia libera di esprimere quello che sente e la esorto a farlo.
Che esprima di voler stare lontana mi frantuma dentro, mi fa stizzire e sentire in colpa allo stesso tempo. Un mix da cui raramente esce fuori una reazione da manuale montessoriano (scusa tanto, Maria).

Per motivi diversi, anche se dalla radice comune (nuovo bebé in casa), siamo entrambe, io e mia figlia, molto vulnerabili in questo periodo. Io ce la metto tutta per tranquillizzarla e coccolarla, ma quando parte con la lagna, l’atavico T-Rex che è in me prende il sopravvento.

Povera figlia, ci credo che vuole continuare a fare l’ospite… Anche perché, con la sua limitata esperienza di vita, ancora non sa che l’ospite dopo un po’, giustamente, puzza.

E’ un duro lavoro quello del genitore e non c’è un cazzo di manuale di istruzioni. Si impara tutto sul campo e si spera di fare più bene che danni.

Resto sempre del partito pro autonomia, ma guarderò con maggiore comprensione che in passato quelli sul’altra sponda del fiume. Stanno cercando di risparmiarsi un po’ di sofferenza, poveracci.

Caro Diario, MammaCle

Mamma bis

Erano più di 9 mesi che non aggiornavo il blog, per cui se non mi seguite su altri canali vi siete persi una notiziona: la famiglia si allarga, a giorni un nuovo membro si aggiungerà alla famiglia, un maschietto, un fratellino per la mia JoZe.

Si parla sempre tantissimo della prima gravidanza e molto meno della seconda, dando per scontato che essendoci passati già una volta, tutte le paure e i dubbi sono già stati superati.

Beh… non è affatto così. Alcuni timori si ripresentano e a quelli si aggiungono nuove e altre domande.

Se prima di avere un figlio ti chiedevi se potessi essere mai capace di amare qualcuno più di te stessa, alla vigilia del secondo figlio ti chiedi se sarai capace di amare un altro esserino tanto quanto ami il primo, se sarai in grado di non fare differenze, di non fare favoritismi, di dedicare il giusto tempo ad entrambi, a te stessa, a tuo marito…, di riuscire ad affrontare l’avventura di un figlio di sesso diverso…, tornare in forma e in forze!

E poi il parto… il primo è stato una passeggiata… lo sarà anche il secondo?

L’età… 4 anni in più, meno movimento, diversi chili in più si sono fatti sentire eccome su questa gravidanza, senza contare che l’energia continua ad essere succhiata dal primo figlio senza tregua. Riuscirò a stare dietro al secondo come sono stata dietro al primo? Sarò in grado di dargli le stesse cose? Devo dargli le stesse cose nella stessa misura?

Quanto sarà diverso il mio rapporto con un figlio maschio rispetto a quello con mia figlia? Sarà diverso? Saprò gestire un maschietto?

E il lavoro?… molti danno per spacciata la donna all’arrivo del primo figlio, figuriamoci con il secondo… sarà vero? Proprio ora che stavo per gestire meglio il mio tempo mi vado ad impelagare con un altro figlio, a mettere di nuovo tutto in pausa poco dopo la ripartenza…

Con il primo figlio diventi mamma. Con il secondo “più mamma”, se possibile e se questa frase ha senso.

Prima di diventare madre guardare donne con il pancione mi dava speranza.

Dopo la nascita di JoZe , vedere mamme con il pancione e un bimbo per mano o nel passeggino mi infondeva coraggio.

Oggi forse sono io quella che infonde coraggio ad altri, il coraggio di osare non fermarsi ad uno solo, di rischiare ancora, di vivere con due cuori fuori dal petto.

La valigia è pronta. La testa piena di pensieri ed un’unica certezza: ce la faremo anche questa volta!

Mamma ti aspetta.