Caro Diario, Diario di Madre, MammaCle

Adesso lo so!

(i motivi per cui alcuni genitori sono poco permissivi)

Mia figlia, quattrenne, ha per la prima volta fatto l’esperienza di dormire fuori casa, di sua spontanea volontà. E’ stata una esperienza segnante e rivelatrice. Per me forse più che per lei, devo dirlo.

Innanzi tutto che la richiesta sia pervenuta da lei conferma quello che ho sempre sostenuto, anche in barba a tutto quello che di contro mi è stato detto. Sin dalla nascita mia figlia è sempre stata molto attaccata a me ed io l’ho assecondata (“viziata” direbbe qualcuno) in questo suo bisogno di attaccamento alla mamma, infischiandomene di chi mi diceva che prendeva il vizio, che non le faceva bene e bla bla bla; nella convinzione che, soddisfatto quel bisogno alla giusta età e nel momento in cui lei lo richiedeva, crescendo avrebbe acquistato autonomia e maturità.
E così è stato: all’asilo, nel fare nuovi amici e nuove esperienze mia figlia si mostra aperta, matura, sicura e autonoma, in misura piu che adeguata alla sua età. E anche questa volta, nel decidere di stare qualche giorno a casa degli zii per poter passare più tempo con il suo (unico) cuginetto, ha mostrato di avere la suddetta autonomia e maturità.

La sua richiesta (decisione) mi ha fatto naturalmente piacere sotto mille punti di vista: avrebbe passato del tempo con il cuginetto, l’ho vista “cresciuta”, si sarebbe svagata in un periodo in cui non c’è scuola e a causa del meteo avverso e fratellino appena arrivato non avrei potuto offrirle molto divertimento, …

Dall’altro lato, però, nel non averla a casa, mi sono sentita come se mi mancassero entrambe le braccia. I figli ti succhiano l’energia ma inspiegabilmente ne sono anche la fonte. Brami ore di libertà ma quando non ci sono ti manca l’ossigeno.

Quando una sera mio fratello mi ha chiamata per dirmi che le era scoppiata la malinconia, non ho esitato a mettermi in macchina per andare a riprendere la mia bombola di ossigeno, salvo poi tornare indietro dopo pochi chilometri perché si era tranquillizzata.
Ho inzuppato il cuscino di lacrime quella sera. Per ben 5 minuti mi sono sentita l’essere più inutile della terra. Mia figlia “lontana” e mio figlio di 3 settimane che dormiva avvinghiato al papà. Nel mio cervello in completo tilt non contavo più nulla per nessuno. La virtuale pacca sulla spalla che il fantasma di Maria Montessori mi stava dando per l’eccellente livello di autonomia che avevo saputo dare ai miei figli era irritante e fastidiosa. Fosse stata reale quella mano, l’avrei presa a morsi (altro che Papa Francesco).

Dopo il riavvio del sistema cervello, ho capito, allora, perché tanti genitori non permettono ai loro figli di stare fuori, di prendere la loro strada, di acquistare autonomia anche solo per sbucciarsi la frutta da soli (che a 40 anni è anche ora!!!). Lo fanno per egoismo, paura di soffrire, paura di perdere il proprio ruolo, la propria identità.
L’amore ti rende vulnerabile, si sa. E l’amore più grande in assoluto, quello verso i figli, è quello che ti espone alle ferite più dolorose, evidentemente. E’ un “egoismo di protezione” quello che porta i genitori a tenere i figli con il guinzaglio corto, ma quella protezione va nella direzione sbagliata. E’ un egoismo comprensibile ma non produttivo.
Il bravo genitore allora soffre mentre vede i figli allontanarsi ed acquistare autonomia, ingoia la sofferenza; se ha un autocontrollo eccellente, addirittura potrebbe non vomitare nemmeno una goccia di risentimento, e va avanti fiero del lavoro svolto.

Poi è arrivata un altro tipo di mazzata.

Quando mia figlia è tornata a casa dopo la brevissima vacanza (3 giorni) lì mi è stato chiaro un altro motivo (quasi più convincente) che porta i genitori a negare permessi e libere uscite ai propri figli.

La TABULA RASA che ne consegue sul piano comportamentale.

Giustamente trattata da ospite di riguardo, in una casa dove peraltro manca una “figlia femmina”, mia figlia, già oggetto di mille attenzioni da parte nostra, a cui dall’arrivo del fratellino si sono aggiunte ulteriori cautele per non farla sentire trascurata, ha comunque e giustamente avuto modo di saggiare la differenza che intercorre tra l’essere ospite e l’essere membro di una famiglia, preferendo la condizione di ospite (ci mancherebbe), e dimenticando alcune delle “prassi” che invece a casa i suoi genitori preferirebbero seguisse. Ha addirittura cercato di introdurre altre “consuetudini” che aggravano il carico di lavoro parentale (come ad esempio l’essere accompagnata in bagno, cosa che non accadeva dallo spannolinamento!!!).

Tutto questo mi ha creato un leggero senso di irritazione, specie per il dover pure interpretare negli ultimi giorni il ruolo della Sig.na Rottermeier del cazzo, figura che quando sei ospite non ti si para di certo davanti, rendendole ancora più spiacevole il ritorno a casa.

Ma ciò a cui non ero minimamente preparata è stato altro.

La mia limitata esperienza di madre mi ha “abituata” a che la mia dolce, piccola Jo, dopo le poche ore passate a scuola o dai nonni, mi accogliesse con l’entusiasmo e le braccia larghe di chi non ti vede e attende da settimane.
In macchina, mentre andavamo a riprenderla, immaginavo l’abbraccione che ci saremmo scambiate, magari accompagnato da qualche reciproca lacrimuccia. Anche senza lacrimuccia, via!
Non mi aspettavo di certo di sentirmi dire “ciao mamma! posso dormire anche stanotte dagli zii?“.

Questo mi ha spiazzata. Devo essere onesta.

Questa è stata una dura prova. Lo sarebbe stato pure per Maria Montessori in persona. Sono umana troppo umana, per cui non credo di aver preso un buon voto in pagella dopo questo test e sto ancora ricomponendo i pezzi, ma è come camminare su un tappeto di uova e mattoncini lego: quello che faccio o crea danno o procura dolore.

Naturalmente voglio che mia figlia sia libera di esprimere quello che sente e la esorto a farlo.
Che esprima di voler stare lontana mi frantuma dentro, mi fa stizzire e sentire in colpa allo stesso tempo. Un mix da cui raramente esce fuori una reazione da manuale montessoriano (scusa tanto, Maria).

Per motivi diversi, anche se dalla radice comune (nuovo bebé in casa), siamo entrambe, io e mia figlia, molto vulnerabili in questo periodo. Io ce la metto tutta per tranquillizzarla e coccolarla, ma quando parte con la lagna, l’atavico T-Rex che è in me prende il sopravvento.

Povera figlia, ci credo che vuole continuare a fare l’ospite… Anche perché, con la sua limitata esperienza di vita, ancora non sa che l’ospite dopo un po’, giustamente, puzza.

E’ un duro lavoro quello del genitore e non c’è un cazzo di manuale di istruzioni. Si impara tutto sul campo e si spera di fare più bene che danni.

Resto sempre del partito pro autonomia, ma guarderò con maggiore comprensione che in passato quelli sul’altra sponda del fiume. Stanno cercando di risparmiarsi un po’ di sofferenza, poveracci.

Caro Diario, MammaCle

Mamma bis

Erano più di 9 mesi che non aggiornavo il blog, per cui se non mi seguite su altri canali vi siete persi una notiziona: la famiglia si allarga, a giorni un nuovo membro si aggiungerà alla famiglia, un maschietto, un fratellino per la mia JoZe.

Si parla sempre tantissimo della prima gravidanza e molto meno della seconda, dando per scontato che essendoci passati già una volta, tutte le paure e i dubbi sono già stati superati.

Beh… non è affatto così. Alcuni timori si ripresentano e a quelli si aggiungono nuove e altre domande.

Se prima di avere un figlio ti chiedevi se potessi essere mai capace di amare qualcuno più di te stessa, alla vigilia del secondo figlio ti chiedi se sarai capace di amare un altro esserino tanto quanto ami il primo, se sarai in grado di non fare differenze, di non fare favoritismi, di dedicare il giusto tempo ad entrambi, a te stessa, a tuo marito…, di riuscire ad affrontare l’avventura di un figlio di sesso diverso…, tornare in forma e in forze!

E poi il parto… il primo è stato una passeggiata… lo sarà anche il secondo?

L’età… 4 anni in più, meno movimento, diversi chili in più si sono fatti sentire eccome su questa gravidanza, senza contare che l’energia continua ad essere succhiata dal primo figlio senza tregua. Riuscirò a stare dietro al secondo come sono stata dietro al primo? Sarò in grado di dargli le stesse cose? Devo dargli le stesse cose nella stessa misura?

Quanto sarà diverso il mio rapporto con un figlio maschio rispetto a quello con mia figlia? Sarà diverso? Saprò gestire un maschietto?

E il lavoro?… molti danno per spacciata la donna all’arrivo del primo figlio, figuriamoci con il secondo… sarà vero? Proprio ora che stavo per gestire meglio il mio tempo mi vado ad impelagare con un altro figlio, a mettere di nuovo tutto in pausa poco dopo la ripartenza…

Con il primo figlio diventi mamma. Con il secondo “più mamma”, se possibile e se questa frase ha senso.

Prima di diventare madre guardare donne con il pancione mi dava speranza.

Dopo la nascita di JoZe , vedere mamme con il pancione e un bimbo per mano o nel passeggino mi infondeva coraggio.

Oggi forse sono io quella che infonde coraggio ad altri, il coraggio di osare non fermarsi ad uno solo, di rischiare ancora, di vivere con due cuori fuori dal petto.

La valigia è pronta. La testa piena di pensieri ed un’unica certezza: ce la faremo anche questa volta!

Mamma ti aspetta.

van-gogh-alive
Caro Diario

Van Gogh… che esperienza!

L’arte e la storia dell’arte mi hanno da sempre appassionato.
Devo confessare però che Van Gogh non era tra i miei artisti preferiti.
Non so perché, non aveva mai fatto particolare breccia in me tanto che non solo non condividevo ma non capivo l’entusiasmo che altri manifestavano nei suoi confronti. Forse è stato un artista che il mio prof. di storia dell’arte all’epoca liquidò con poche battute, alla fine dell’anno, magari dando per scontato che lo conoscessimo tutti, non so… Avevo di lui una idea evidentemente sbagliata, lo immaginavo cupo e tormentato. Tormentato lo era, come ogni artista, ma ho scoperto durante la mostra che il suo messaggio non era solo cupo, ma anche di speranza e di luce.

Già prima di entrare nello spazio dedicato alla mostra interattiva ho avuto una fortissima reazione trovandomi di fronte al dipinto della sua stanza realizzata in 3D. Ho sentito le lacrime salirmi agli occhi. Le ho trattenute.

Dinnanzi ai pannelli, invece, è stato un un pianto a dirotto. Un vero e proprio principio di sindrome di Stendhal! Un qualcosa che non avevo provato a Parigi al Musee D’Orsay davanti alle sue opere “reali” (si, invece, dinnanzi a quelle dei suoi compari impressionisti).

Non ho potuto non chiedermi, allora, cosa avesse fatto la differenza? Che cosa ha reso questi quadri più belli e piè espressivi su un pannello luminoso piuttosto che dal vivo?

Beh… esserne avvolti e quasi completamente immersi è sicuramente un primo punto a favore. Immagini e disegni in movimento, mischiati a foto dell’epoca, affiancati in modo da percepire il racconto che l’autore voleva trasmettere.
Con mia sorpresa (nonostante, lo ammetto, ritenessi le pennellate di Van Gogh brutte) mentre i quadri prendevano vita e forma attorno a me, non ho avvertito una sensazione di disagio o fastidio, anzi, di immediato benessere e rilassamento.

Il secondo decisivo punto a favore è stata la musica: coinvolgente, epica; perfetto contorno naturalmente sincronizzato agli scenari e emozioni che dovevano suggerire. Contribuiva a dare una collocazione geografica ripercorrendo con il sonoro gli spostamenti di Van Gogh in Europa.

Ma la cosa che, almeno per me, ha giocato un ruolo fondamentale in questa esperienza sono state le parole stesse di Van Gogh: Il pannello superiore centrale riportava sempre delle citazioni dai diari o dalle lettere scritte da Van Gogh, spesso riferite ai quadri proiettati o comunque a quello stesso periodo della loro realizzazione.
E’ nelle parole di Van Gogh che si scorge la luminosità del suo messaggio, la bellezza del cielo stellato e dei suoi girasoli, sono le sue parole a caricare di maggior significato (o del giusto significato) le sue opere, ed è probabilmente anche questo il motivo che ha decretato il suo successo solo post mortem.

Allora ho capito. Ho capito cosa mi è mancato alla Gare D’Orsay, ho capito cosa è mancato ai contemporanei di Van Gogh per apprezzarlo.

Sono mancate le sue parole. E’ mancato il vivere l’esperienza del suo messaggio epurato dal confronto visivo con i suoi colleghi del tempo.

E’ in questi momenti che spero con tutte le mie forze che ci sia vita “senziente” dopo la morte. In questi momenti spero davvero che chi non è stato compreso o apprezzato in vita trovi un minimo di appagamento e sollievo nel comprendere che qualcuno, uno almeno o tutti hanno finalmente capito cosa si stava disperatamente cercando di dire.

Perdonami, Vincent. Non guarderò più una tua opera con gli stessi occhi. E grazie, soprattutto per questa frase, che mi risolleva dall’onta che ho sempre provato di non saper disegnare.

*La mostra è stata prorogata fino al 24 febbraio 2019 a Bari, Teatro Margherita. Approfittatene.

Caro Diario

Il Natale quando arriva, arriva…

Rileggo questo post ogni anno.
Oggi l’ho riletto in modalità “Madre” ed ho capito che quella volta in ospedale, quell’invito ad avvisare gli amici, non era per insegnarmi l’educazione, era per il mio bene: non farmi passare le feste in solitudine in ospedale.
All’epoca non avevamo Facebook, l’unico modo che gli amici avevano di farti sentire la loro presenza (per fortuna) era esserci fisicamente.
E ci sono stati tutti, anche quelli inaspettati, grazie solo a mia madre. ❤

Messaggi in Bottiglia

Il Natale lo vedo un po’ come una grossa lente di ingrandimento, un amplificatore, un microscopio, uno zoom sulla nostra vita, i desideri, i cattivi ricordi e quelli che si vorrebbero ancora costruire. Un enorme riflettore posto su quello che abbiamo e che abbiamo perso.

Ed è così per tutti, anche per chi al Natale non bada, non crede, per quelli che non fanno né albero né presepe, per quelli che non hanno soldi da spendere in regali e pensierini. Arriva e arriva anche per chi vorrebbe ignorarlo, perché tutto intorno c’è aria di festa, preparativi e l’aspettativa che in quel giorno, in quella settimana si sia tutti più buoni e più felici. Tutti: la vittima del crimine efferato, il carnefice; la famiglia distrutta e quella del Mulino Bianco. Tutti. Tutti pronti ad essere più sorridenti e benevoli, qualunque sia l’ombra che in quel momento o da sempre hai sopra…

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Caro Diario, Cinema e Film

Gli insegnamenti Dinsey (per i genitori): Frozen

I film della Disney sono belli da vedere a tutte le età.

Soprattutto, hanno insegnamenti per tutte le età.

Provate a rivederli non semplicemente “da grandi” ma “da genitori”, approfittate della 1727920479021esima volta in cui vostra figlia vuole vedere la taluna principessa per mettervi in ascolto.

Provate a vedere Rapunzel con gli occhi del genitore (immedesimandovi nel ruolo del finto genitore e non della protaginista) o Frozen.

Anzi, prendiamo proprio Frozen. Lo conosco a menadito ed ogni volta che lo rivedo l’unica chiave di lettura che riesco a dare è che i genitori di Elsa hanno sbagliato completamente il loro approccio educativo (nonostante i Troll abbiano detto subito cosa dovevano o non dovevano fare).

Frozen non è un film sul rapporto tra sorelle (quello è come lo vedono le bambine). Frozen è un film sugli errori dei genitori.

Ora. Partiamo da un presupposto: i genitori sono umani e come tali sbagliano. Siamo animati da buone intenzioni, spirito di protezione, ci portiamo dietro fardelli, facciamo del nostro meglio ma… sbagliamo. Anche quando abbiamo ben chiari nella nostra mente un elenco di errori che non vorremmo commettere e comportamenti che ci imponiamo di non assumere, su mille altri fronti sbaglieremo. E’ la vita!

Torniamo a Frozen.

C’è una bambina con un potere straordinario e terribile, peraltro strettamente collegato alle emozioni che prova, positive o negative che siano.

Per “proteggerla” (intento nobile) i genitori di Elsa (in realtà il padre, la madre non proferisce parola per tutto il film, altra cosa vergognosa) prendono la più sbagliata delle decisioni: trovare ogni volta modi e sotterfugi per nascondere a tutti questa caratteristica della loro figlia e fare in modo che non si manifesti (in pratica decidono di negare la natura della loro figlia, impedirle di essere quello che è, facendola sentire sbagliata).

Lasciano Elsa fondamentalmente da sola, in balia delle proprie paure che anzi assecondano non abbracciandola mai, non rassicurandola, in pratica dincendole che non c’è soluzione al suo problema, se non quello di nasconderlo, nascondersi e evitare ti toccare chiunque, persino i suoi familiari. Persino coloro che dovrebbero amarla in maniera incondizionata e qualunque sia il pericolo in agguato: i suoi genitori.

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L’effetto è catastrofico: l’incapacità di Elsa di comprendere e accettare se stessa, di gestire il proprio potere e imparare ad usarlo. Elsa percepisce se stessa solo come un pericolo, riesce a vedere solo il lato negativo delle sue qualità. Elsa non crede di poter vivere in altro modo se non da sola. Non crede che qualcuno possa mai aiutarla. Non crede che qualcuno possa essere felice standole vicino. E dato che il potere è direttamente proporzionale alle emozioni che prova, questa poveretta è per tutta la vita in preda alla paura ed al senso di colpa per quello che è, in balia di un potere terribile che non sa controllare. Ostaggio della solitudine.

Si dice che le nostre caratteristiche più spiccate sono poi quelle che ci fanno apprezzare e detestare allo stesso tempo. La verità è che siamo noi ad odiarci (o a non apprezzarci) molto spesso per delle qualità che agli occhi dei nostri genitori (o di chi a vario titolo ha costituito una guida per noi) non erano desiderabili. E’ molto probabile, però, che quelle attitudini per cui siamo stati rimproverati da piccoli, costituiscono oggi punti di forza nel nostro curriculum vitae. Pensateci!

Non è facile prendere ogni giorno le decisioni giuste. Non è facile trovare sempre il modo più adatto per dire ai nostri figli cosa è giusto e cosa è sbagliato, senza traumatizzare l’identità del bambino che si sta formando. Non è facile immaginare le conseguenze negative di una frase detta male o di un abbraccio non dato.
Non è facile con 8 ore piene di sonno alle spalle, figuriamoci quando 8 ore si dormono in un totale di 3 giorni.

Non è facile. Ma possiamo farlo almeno per la maggior parte del tempo.

Ad Elsa sarebbe bastato che suo padre quando lei si ritraeva per non essere toccata, l’avesse abbracciata, avesse messo da parte la paura di restare congelato per dimostrare alla figlia che le era vicino (probabilmente pensava di “proteggerla” dall’ulteriore senso di colpa di far morire anche il proprio padre, l’intento era buono ma la decisione era dettata dalla paura, il più grande nemico dell’amore).

Ora, essere genitori ci da due grandi chance nella vita: la prima è quella di comprendere e perdonare i nostri stessi genitori per quegli errori che hanno potuto commettere con noi; la seconda è impersonare noi stessi i genitori che avremmo voluto avere (contemperando quei “desideri” con la maturità ed il senno di poi).

Guardare i film della Disney ci offre un ventaglio maggiore di esperienze da cui attingere insegnamenti.
Insegna ai vostri bambini ad essere più coraggiosi, intraprendenti e leali nella vita.
Può però anche insegnare a voi genitori quale dovrebbe essere l’attitudine giusta per consentire ai vostri figli di realizzare grandi cose nella vita, prima tra tutte, la loro stessa felicità.
Vi insegnerà a non caricare i vostri figli delle vostre paure.
Paradossalmente credo che per ciascuno di noi superare le paure tramandate dai nostri genitori sia molto più difficile (talvolta impossibile, specie se radicate nel nostro più profondo subconscio) che non superare le nostre paure, di cui conosciamo e ricnososciamo l’origine, a cui sappiamo trovare una soluzione.

Coraggio, allora! Ce la possiamo fare!

Ripensate a quando da piccoli avevate una paura terribile del buio ma vi mostravate coraggiosi davanti al vostro fratellino o cuginetto più piccolo.

Proteggete i vostri figli. Proteggeteli anche dalle vostre paure.

Caro Diario

Ma non è che ho fatto una ca***ta?

Premetto: non ho fatto la parte dell’adolescente che si mette in un angolino in attesa che gli amici vadano a coccolarlo/a un po’ (e se l’ho fatto ho atteso troppo!!!).

Mi chiedo: non avrò preso la scelta sbagliata a decidere di traslocare e ricominciare tutto su un’altro blog (che peraltro, ammettiamolo, non mi ha dato lo stimolo che speravo).

Ogni tanto sento il bisogno di un nuovo progetto, ma a volte tornare sui propri passi non è male.

E poi tornare non equivale a non essere mai andati via…

Torno a casa. C’è qualcuno?