Casi Umani

Per un pugno di selfie

Stamattina mi sono imbattuta in questo meme:

*Lo sapevi? Se hai comprato un biglietto aereo puoi imbarcarti sull’aereo senza postare online una foto avvisando tutti che stai per prendere un volo.

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Mi ha ricordato un episodio di qualche mese fa a cui ho assistito in aeroporto.

6:20 del mattino, Aeroporto di Bari. Mi dirigo verso il gate Alitalia per prendere il volo per Roma delle 6.30, appena aperto.

Mentre cammino sulla mia sinistra noto le hostess Rayanair intente a chiudere il gate del volo delle 6:15, sempre per Roma.
Controllo ancora una volta che il volo che ho prenotato sia Alitalia. Tutto ok, Alitalia! Riprendo a sonnecchiare mentre mi posiziono in fila. Per scupolo controllo ancora il numero del volo. Tutto ok!

Noto due donne in fila poco più avanti. A dire il vero catalizzano l’attenzione di tutti. Credo si tratti di zia e nipote. La ragazza più giovane è davvero molto bella, capelli lunghi, lisci, castano chiaro; è vestita comoda ma alla moda, trucco leggerisimo ed un bellissimo sorriso. La zia avrà una 50ina d’anni ma molto ben portati, bionda, indossa un abito largo e leggero con una fantasia dai colori caldi, un cappello a tesa ampia e gli occhialoni da diva. Forse è straniera o forse solo scimmiotta un accento esotico. Ad ogni modo si tratta evidentemente due turiste di passaggio a Bari in procinto di raggiungere la prossima destinazione della loro vacanzina in bassa stagione.

Sono le più felici ed eletrizzate delle persone in fila, composta per lo più da professionisti, e si può dire costituiscano l’unico intrattenimento di quei minuti d’attesa.
Scherzano e si scattano decine di selfie che la ragazza posta in tempo reale e di cui mostra il numero sempre crescente di like e commenti alla zia compiaciuta. Credo la ragazza abbia anche postato un video in diretta con l’aereo pronto alle sue spalle oltre il vetro, più tutte le altre foto e pose di ordinanza che il protocollo di Instagram evidentemente prevede per informare i propri followers che si sta per prendere un volo.

La fila avanza velocemente. Arriva il turno delle due turiste. Le vedo agitarsi, per cui drizzo le orecchie.

Sento la Hostess dire: “Signora, ha sbagliato Gate!”. Nascondo a fatica una risata dietro il mio foulard. Il dialogo continua: “Ma come? non è il volo per Roma?” – “Si, ma Alitalia, non Rayanair” – “E dove devo andare?” – La hostess fa loro segno di spostarsi per far scorrere la fila dicendo che non può aiutarle.

Dallo sgomento sul viso delle poverette capisco che il volo a cui erano destinate era quello delle 6.15, che hanno insesorabilmente perso… Se solo avessero prestato maggiore attenzione ai cartelloni piuttosto che allo scattarsi selfie, forse avrebbero risparmiato la figuraccia. Chissà se hanno informato con la medesima solerzia i loro followers dell’accaduto.

Mentre consegno il mio biglietto noto che le due poverette corrono a destra e a sinistra fermando tutti coloro che si aggirano in aeroporto, dalla guardia giurata allo spazzapavimenti chiedendo “La prego, mi aiuti! Dove devo andare?”

Per fortuna hanno ricevuto solo scrollate di spalle e non l’unica risposta possibile… “A fa…rsi meno selfieeeeeeeee”!

Insomma, tornando alla immagine di apertura, ricordatevi sempre che il titolo di viaggio è costituito dal vostro biglietto. Non dalla foto con l’aereo sullo sfondo. Serve solo quello.

🙂

Caro Diario, Casi Umani

Al cane non importa … bla bla bla

Ogni volta che leggo/sento questa frase, mi parte l’embolo! (per chi non l’avesse colta: al cane non importa se sei ricco o povero, bello o brutto, grasso o magro… lui ti ama…, lui non ti giudica, bla bla bla).

Innanzi tutto, stendiamo un velo pietoso sull’ultimo spot pubblicitario che cavalca quest’onda (mi spieghino gli autori dello spot come tutta questa superiorità etica dell’amico a quattro zampe, dovrebbe condurre anche il barbone, parte dello spot, a comprare del costosissimo, elitario, cibo per quadrupedi) e diamo a questa frase l’unica risposta secca ed immediata che merita: “ma grazie al piffero!”

Ora diamone anche una argomentazione più diffusa.

Quanti dei vostri amici postano su Facebook o proferiscono frasi del tipo “preferisco la compagnia degli animali, sono…più umani” oppure “…delle persone non mi importa nulla, ma se fanno del male ad un cucciolo divento una belva” e la spiegazione che danno a queste massime di vita è probabilmente sempre la stessa: la superiorità dei sentimenti del cane, rispetto a quelli dell’uomo, perché lui dona il suo affetto incondizionatamente, a chiunque, ricchi, poveri, belli, brutti, grassi, magri, storpi… gli basta il metro quadro vicino al padrone, nulla più, ed in cambio lo ama senza giudicarlo o dargli delle rispostacce.

Tutto molto bello. Ma anche tutto molto scontato e nulla di speciale per un cane! Qualsiasi persona follemente e ciecamente innamorata si comporta alla stessa identica (stupida talvolta) maniera! Non trovate?

Care persone che preferite la compagnia dei quadrupedi a quella degli umani vi siete mai chiesti il vero motivo di ciò? Vi siete mai chiesti se non preferite l’amore di e verso un cane semplicemente perché è meno complicato che l’amore/l’amicizia di e verso una persona? (o un gatto!?)

Voglio dire: sono animali. Hanno solo bisogni primari da soddisfare: pappa, cacca, nanna, tetto, palla. Stop! Una volta avuto quello e pure qualcuno con cui giocare, farsi due carezze, certo che son felici e soddisfatti!

Non è che sono straordinari perché non cercano altro che affetto senza guardare il conto in banca o la bellezza. Questi sono semplicemente canoni che non rientrano nella loro esperienza di animale! E non dovrebbero rientrare nemmeno nei parametri di selezione di una persona mediamente intelligente in generale. Solo che per le persone non farlo è sinonimo di un certo carattere e di certi valori, per gli animali non vi è altra scelta.

Detto questo ed assodato che non si tratta di una particolare capacità del cane ma semplicemente del suo essere animale, chiedetevi perché trovate il cane così più straordinario dell’essere umano (e quindi di voi stessi).

Carenza d’affetto umano (dove per umano intendo anche di voi stessi)? Per cui è molto più semplice farsi amare da un cane (piace vincere facile? ponciponcipopopò).

Eccesso di giudizi negativi da parte degli altri umani (sul vostro aspetto, sul vostro lavoro, sul vostro…)? Beh… o siete convinti delle vostre scelte, e quindi non vi importa, oppure condividete le critiche che vi vengono mosse e ne soffrite, per cui invece di accettarvi e affermarvi per quello che siete, meglio crogiolarsi nella compagnia di un cane che non nota le vostre mancanze, non fa differenza se siete o non siete state delle persone buone, attive, compassionevoli… Vi ama e vi adora, anche quando non avete particolari meriti a parte l’esistere.

I discorsi degli umani che vi circondano non vi appagano? Meglio non avere alcun dialogo allora (no, il cane non vi risponde! siete voi che collegate significati umani alle sua mimica) che non cambiare la propria cerchia ed allargarla cercando qualcuno con cui un dialogo sia sostenibile. O magari ampliare i propri orizzonti ed offrire agli altri un dialogo migliore voi stessi!

Nessuno vi ama come il vostro cane? Perchè? voi amate qualcuno come amate il vostro cane? Dedicate le stesse attenzioni a qualcuno. Se si, siete sicuri che la carenza nel ricambiare le attenzioni da parte degli umani non sia una macchia che adombra di tanto in tanto anche la vostra vita? Siamo umani, per Zeus!

Non che io non ami i cani o che non mi piacciano gli animali. Ma tutta la pontificazione del cane mi pare un po’ eccessiva. Tenere un cane è una cosa meravigliosa, è formativo, educativo, bellissimo e carico di emozioni. Ma il cane è il cane. La persona umana è la persona umana.

Non stimerò mai un cane più della persona umana.

Non mi piace vincere facile!

E poi… io preferisco i gatti!

Miao!

Casi Umani

Casi Umani: Richard Gere dei poveri

Anzi, delle poverette.

Se avete superato i trent’anni probabilmente conoscete, vostro malgrado, anche voi un caso umano come quello che vorrei definire “Il Richard Gere dei poveri” (in breve RGDP. che può manifestarsi anche in diverse declinazioni, a seconda delle peculiarità: Jonny Depp dei poveri -JDDP, Steve Jobs dei poveri – SJDP, e così via).

Il Richard Gere dei poveri è un uomo che ha superato la quarantina, non brutto, single, che ha deciso di convincere il mondo che lui è ancora appetibile ed ambito dalla popolazione femminile. Si alimenta delle lusinghe che riceve a cui però si impone di non dar credito e vende al mondo una immagine di sé talmente photoshoppata dall’essere tragicamente distante dal reale.

Molto spesso tradito dalla sue ex (chissaperqualediavolodimotivo) si sente chiamato a svolgere nel mondo la sua missione di cieca ed insulsa vendetta: creare nuovi cornuti.

Nel mondo dove il RGDP vive, gli altri uomini diventano cornuti nel momento stesso in cui le loro mogli si accorgono della sua esistenza. I modi attraverso cui il RGDP ingenera nella popolazione femminile questa consapevolezza (e tradimento) sono molteplici, come ad es. l’uso criminale del profumo (ne avverti la presenza a due isolati di distanza, mentre lui si trova al 15° piano di un condominio) ed il fissare indistintamente tutte le portatrici di vagina accidentalmente presenti nel raggio di 6mq. Lo scambio di due parole, poi, tra lui e una donna (che comprende anche frasi del tipo: “buongiorno!” o “mi scusi, c’ero prima io in fila”)  decreta l’esistenza di vere e proprie tresche tra i due, che obbligano il povero ignaro marito della donna che ha rivolto la parola al RGDP ad abbassarsi ogni qual volta deve varcare la soglia di una porta. Perché nel mondo in cui il RGDP vive tutte le donne vorrebbero esser sue. Tutte le donne la sera sognano di darsi a lui e fanno all’amore con i proprio partners costringendosi a non pronunciare il suo nome.

Si, come no!

Per far colpo (che solo del “far colpo” lui si nutre e sazia) si mostra serio, distinto, socialmente impegnato ed a capo della struttura in cui lavora. Con il passare del tempo, dopo averci parlato un paio di volte magari ad una cena da amici, ti rendi invece conto che è solo arrogante, mediocre, bigotto e lavora da casa da solo.

Ma il peggio del peggio, il RGDP lo dà su Facebook (e dove se no?). Selfie su selfie: Lui (solo) al caffè… Lui (solo) al lavoro… Lui (solo) al ristorante…, e qualche altra foto scattata con l’evidente aiuto di un passante casuale che lo ritrae rigorosamente in costume, al mare. Ogni foto è contornata di frasi malinconiche, riferibili a qualsiasi utente privo di cromosoma Y, rubacchiate qua e là da scrittori che solo lui conosce, rimescolate e spacciate come proprie.

E qui entrano in gioco le Poverette. Like su like, commenti di apprezzamento, cuori, stelle, sospiri, tentativi di scrivere qualcosa di altrettanto malinconico e profondo che si infrangono, invece, sugli scogli della pateticità. Parte la scalata al commento più d’effetto, più strappamutande, quello che farà finalmente capire al RGDP che la donna giusta, quella di cui scrive, quella che non si accorge di avere già nella lista di amici di Facebook, è lei, santiddio! lei! Se potesse strapperebbe via i capelli dalle foto del profilo delle altre contendenti, per dimostrarglielo.

Ed il RGDP si bea, gongola e non risponde né ringrazia. Posta solo un’altra selfie ed un’altra frase criptica (molte delle poverette la considereranno in risposta al proprio commento sulla foto precedente). Poi va sul profilo di chi invece non lo caga nemmeno a spruzzo e commenta qui e là nel disperato tentativo di sembrare arguto e di dare vita ad un nuovo cornuto.

Che vita vuota. Che vuota vita.

Venerdì 12

Vignetta da Venerdì 12 di Leo Ortolani

Casi Umani

Casi Umani: Il Salvatore/La Salvatrice

Da quanto tempo non vi parlavo di un caso umano? Beh… evidentemente sentivate nostalgia della categoria ed il Kharma ha posto sulla mia strada un paio di persone apparentemente diverse ma accomunate dalla missione che, mio malgrado, hanno deciso di intraprendere: I Salvatori, il peggio del peggio che una persona autonoma, indipendente, schietta e diretta come me può mai incontrare.

Il Salvatore (o la Salvatrice), svolge un lavoro che lo porta ad essere quotidianamente a contatto con molta gente, per questo ed un paio di corsi sulla comunicazione e sul linguaggio non verbale, crede di avere il dono di capire tutto di una persona semplicemente trascorrendoci appena quattro minuti in sua compagnia di tanto in tanto. Non solo. Il Salvatore ha spesso anche una forte fede (di qualsiasi natura) il che lo porta, come spesso accade con le persone credenti, a sentirsi depositario della verità assoluta ed infallibile, ad essere in qualsiasi momento convinto di ogni percezione, a non dubitare mai delle intuizioni avute.

Il Salvatore elargisce massime, ti interroga come un prete detective, facendoti quelle domande senza senso ma che dicono tutto di te senza che tu te ne renda conto. Invero, l’attendibilità dei risultati di questi interrogatori è la stessa dei test dietro la confezione dello shampoo in offerta speciale. Il Salvatore ti psicoanalizza, dà delle soluzioni a problemi che lui è convinto tu abbia ma che in realtà non hai o comunque non ti interessa “risolvere”.

Il Salvatore “sa”. Lui/lei ci è già passato/a (ma da dove?). Nessuno ti può capire meglio di lui/lei, nessuno potrebbe aiutarti meglio in questo momento, che… diciamolo, esiste solo nella sua testa. Il Salvatore, dall’alto della sua ricca esperienza di vita, si permette di mettere il naso persino nella tua vita coniugale, di chiedersi se tu sia veramente felice e rispondersi da solo negativamente, perché la felicità si ottiene solo applicando l’infallibile schema che il Salvatore ha testato sulla propria vita, e che sarebbe lieto di mostrarti se solo tu non ti ostinassi a rimanere nella tua caverna. Che magnanimità!

Il Salvatore vede moltiplicata negli altri l’immagine di sé, non gli interessa conoscere altra gente, gli interessa che le persone lo riconoscano come il Messia che ha dato una svolta alle loro vite, prima vuote e sterili, dopo finalmente illuminate e intrise della vera e unica verità che sgorga dalle labbra del Salvatore.

Vorrei dire al Salvatore e alla Salvatrice che sono accidentalmente incappati sulla mia strada che se proprio desiderano salvare qualcuno, facciano volontariato dove ce n’è davvero bisogno, salvino se stessi, salvino i gattini randagi e le balene di GreenPeace, salvino i panda dall’estinzione e il pianeta dal surriscaldamento. Salvino le mie palle dal surriscaldamento! La Cle si salva da sola, anzi, non ci si mette nemmeno nelle condizioni di essere salvata.

Tzé.panda

Caro Diario, Casi Umani

La Monologhista

Calano le luci, inizia lo spettacolo.

E’ dura ma lo fai lo stesso: rinunci a qualche spesuccia in più, magari ad un pranzo con le amiche, per pagare il tuo ingresso, per fare qualcosa di bello e gratificante per te stessa, staccando la spina dal lavoro, dagli impegni in agenda, da tutto. Un’ora solo per te e per il tuo benessere. Vale la pena di spender soldi per questo ogni tanto!

Sei lì, al tuo posto, pronta a goderti quest’ora tutta per te.

La monologhista comincia il suo spettacolo. Il ritmo è serrato e ti chiedi come riesca a respirare tra un aneddoto e l’altro. Sembra una macchinetta: lei alle prese con i figli adolescenti, lei alle prese con il pediatra, lei alle prese con la sua collega, lei alle prese con il suo ex titolare, lei alle prese con il suo ex marito, … non c’è soluzione di continuità, premesse interminabili e voli pindarici imprevedibili… che vita piena ha questa monologhista, pensi!

La risposta dei presenti è un tantino tiepida, anzi… fredda. Non c’è feedback, anzi intravedo una certa noia negli sguardi di quelli vicino a me… E’ vero, lei è una monologhista, non è previsto che i presenti le rispondano o condividano a loro volta le proprie eventuali esperienze con figli, colleghi, mariti, amanti… Ma forse qualcuno dovrebbe ridere alle sue battute, non so… siamo qui…

Mi guardo intorno: il gelo e anche qualche segnale di insofferenza.

Forse non sono l’unica ad aver pagato aspettandosi di vedere ben altro, forse non sono l’unica ad essersi privata di un centone in tempo di crisi per qualcosa che non fosse ascoltare una monologhista.

Lei sembra non curarsene, però. Probabilmente non è nemmeno abituata ad ascoltare né tanto meno a leggere le espressioni di chi le sta attorno. Lei continua.

Nessuno parla, solo lei, solo monologhi… con buona pace dell’ora da dedicare a me ed al mio benessere.

Soffoco nel profondo del mio stomaco l’unica frase che vorremmo dirle tutti in coro, con la speranza (vana) che quello a cui abbiamo assistito sia il suo ultimo spettacolo: Monologhista… va’ a cagare!

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PS: la monologhista non si esibisce nei teatri!

Caro Diario, Casi Umani

L’orribile attesa

Da persona impulsiva e irruenta io odio aspettare. Non sono capace nemmeno di far freddare una torta da “servire fredda”: appena la tiro fuori dal forno l’ho già tagliata e assaggiata (=ustionata la lingua). Aspettare non è il mio forte, ma attendere l’esito dell’esame di avvocato non lo è per nessuno.

Chi ci è passato lo sa: l’esito della prova scritta dell’esame di avvocato è una pena che da sola vale l’abilitazione. Non basta il fatto che ci sia un solo tentativo all’anno, non basta che quelle tre giornate siano una esperienza che ti abbatte il sistema nervoso, non basta la tua bravura, non basta la tua fortuna… non basta la consapevolezza di starsi a giocare il classico “terno al lotto” con quest’esame. No! Il tutto è sadicamente avvolto in una estenuante e insostenibile attesa. Sei mesi per conoscere il risultato. Sei mesi per sapere se nei due mesi successivi all’esito dovrai ripetere le 6 materie dell’orale oppure prepararti ancora e meglio per la successiva prova scritta… e ritentare la fortuna. Sei mesi di limbo dell’incertezza, di pronostici, di scongiuri e di parolacce.

Non è ancora abbastanza… perché con l’approssimarsi della scadenza del termine per la pubblicazione dei risultati le voci di corridoio su percentuali e statistiche corrono di bocca in bocca polverizzando quelle briciole di sicurezze che ragionando e razionalizzando eri riuscito a raccogliere per andare avanti e non disperare.punto-interrogativo-01-thumb4714432

E’ da una settimana che almeno una volta al giorno qualche collega mi chiama/messaggia circa l’affissione in bacheca dei risultati. E’ una settimana che ho la tachicardia. E’ una settimana che vaneggio, sbraito e fanculizzo gratuitamente la gente.

Oggi forse sapremo. Lo stomaco è aggrovigliato, la gola stretta e la testa ovattata. Non ci sono ragionamenti che tengano, non ci sono voti pregressi che siano indicativi, non c’è nulla a cui aggrapparsi, niente di confortante, solo un’orribile attesa.