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Caro Diario

Van Gogh… che esperienza!

L’arte e la storia dell’arte mi hanno da sempre appassionato.
Devo confessare però che Van Gogh non era tra i miei artisti preferiti.
Non so perché, non aveva mai fatto particolare breccia in me tanto che non solo non condividevo ma non capivo l’entusiasmo che altri manifestavano nei suoi confronti. Forse è stato un artista che il mio prof. di storia dell’arte all’epoca liquidò con poche battute, alla fine dell’anno, magari dando per scontato che lo conoscessimo tutti, non so… Avevo di lui una idea evidentemente sbagliata, lo immaginavo cupo e tormentato. Tormentato lo era, come ogni artista, ma ho scoperto durante la mostra che il suo messaggio non era solo cupo, ma anche di speranza e di luce.

Già prima di entrare nello spazio dedicato alla mostra interattiva ho avuto una fortissima reazione trovandomi di fronte al dipinto della sua stanza realizzata in 3D. Ho sentito le lacrime salirmi agli occhi. Le ho trattenute.

Dinnanzi ai pannelli, invece, è stato un un pianto a dirotto. Un vero e proprio principio di sindrome di Stendhal! Un qualcosa che non avevo provato a Parigi al Musee D’Orsay davanti alle sue opere “reali” (si, invece, dinnanzi a quelle dei suoi compari impressionisti).

Non ho potuto non chiedermi, allora, cosa avesse fatto la differenza? Che cosa ha reso questi quadri più belli e piè espressivi su un pannello luminoso piuttosto che dal vivo?

Beh… esserne avvolti e quasi completamente immersi è sicuramente un primo punto a favore. Immagini e disegni in movimento, mischiati a foto dell’epoca, affiancati in modo da percepire il racconto che l’autore voleva trasmettere.
Con mia sorpresa (nonostante, lo ammetto, ritenessi le pennellate di Van Gogh brutte) mentre i quadri prendevano vita e forma attorno a me, non ho avvertito una sensazione di disagio o fastidio, anzi, di immediato benessere e rilassamento.

Il secondo decisivo punto a favore è stata la musica: coinvolgente, epica; perfetto contorno naturalmente sincronizzato agli scenari e emozioni che dovevano suggerire. Contribuiva a dare una collocazione geografica ripercorrendo con il sonoro gli spostamenti di Van Gogh in Europa.

Ma la cosa che, almeno per me, ha giocato un ruolo fondamentale in questa esperienza sono state le parole stesse di Van Gogh: Il pannello superiore centrale riportava sempre delle citazioni dai diari o dalle lettere scritte da Van Gogh, spesso riferite ai quadri proiettati o comunque a quello stesso periodo della loro realizzazione.
E’ nelle parole di Van Gogh che si scorge la luminosità del suo messaggio, la bellezza del cielo stellato e dei suoi girasoli, sono le sue parole a caricare di maggior significato (o del giusto significato) le sue opere, ed è probabilmente anche questo il motivo che ha decretato il suo successo solo post mortem.

Allora ho capito. Ho capito cosa mi è mancato alla Gare D’Orsay, ho capito cosa è mancato ai contemporanei di Van Gogh per apprezzarlo.

Sono mancate le sue parole. E’ mancato il vivere l’esperienza del suo messaggio epurato dal confronto visivo con i suoi colleghi del tempo.

E’ in questi momenti che spero con tutte le mie forze che ci sia vita “senziente” dopo la morte. In questi momenti spero davvero che chi non è stato compreso o apprezzato in vita trovi un minimo di appagamento e sollievo nel comprendere che qualcuno, uno almeno o tutti hanno finalmente capito cosa si stava disperatamente cercando di dire.

Perdonami, Vincent. Non guarderò più una tua opera con gli stessi occhi. E grazie, soprattutto per questa frase, che mi risolleva dall’onta che ho sempre provato di non saper disegnare.

*La mostra è stata prorogata fino al 24 febbraio 2019 a Bari, Teatro Margherita. Approfittatene.